VIAGGIO NELL’ISOLA MISTERIOSA trailer

..ATLANTIDE..l’isola perduta..

Se si prova a cercarla su una carta geografica non si riesce a trovarla da nessuna parte. Eppure quella di Atlantide è forse l’isola più famosa del mondo. La sua storia, affascinante e misteriosa, è stata narrata tanto tempo fa, e precisamente nel IV secolo prima di Cristo, dal filosofo greco Platone in uno dei suoi” dialoghi”, ma è molto più antica. Ecco che cosa dice. “Al di là di quello stretto di mare chiamato le colonne d’Ercole, c’era una volta una grande isola chiamata Atlantide. L’isola era governata da dieci re, i discendenti del dio del mare Poseidone, ed era ricca di metalli e foreste, di animali selvatici e domestici, di spezie, frutti e legumi. La sua capitale, dominata da un’ alta montagna, era popolata da favolose dimore, palazzi e templi rivestiti d’oro, d’argento e d’avorio.

 La circondavano tre fossati circolari recintati da alte mura e il suo grandissimo porto formicolava di mercanti e di navi provenienti da ogni parte del mondo. I re erano modelli di saggezza e di bontà per tutto il popolo e per generazioni la vita sull’isola trascorse in pace, concordia e grande prosperità. “Ma con il passar del tempo la corruzione prese a regnare nel felice mondo di Atlantide e gli uomini si fecero avidi e crudeli. Allora Zeus, il sovrano degli dei, decise di impartire un severo castigo: mandò terremoti e inondazioni e, nello spazio di un giorno e di una notte tremendi, la potente e immensa isola si inabissò in mare e scomparve per sempre”.

Alla ricerca dell’isola perduta.

Il racconto di Platone ha un tono di tale drammatica veridicità che per secoli gli appassionati di misteri si sono posti la stessa domanda: se l’isola continente che il filosofo descrive grande come “Libia e Asia messe insieme” è esistita realmente, dove poteva mai sorgere? Molti hanno creduto di trovare una risposta e così, di volta in volta, l’hanno immaginata nei luoghi più impensati: naturalmente nel bel mezzo dell’Atlantico, ma anche in Iugoslavia e in Francia, in Mongolia e nell’Iran, a Malta e in Brasile, in Messico e in Groenlandia. Quando però sono entrati in campo gli scienziati  geologi e archeologi in testa  nessuna delle cento Atlantidi ha retto alla loro verifica. Tanto meno quella indicata da Platone al di là delle colonne d’Ercole (cioè oltre lo stretto di Gibilterra): in nessun punto infatti i fondali dell’ Atlantico hanno rivelato traccia di una possibile terra sprofondata in seguito a un cataclisma così imponente.Ma un giorno un archeologo greco, Spyridon Marinatos, ebbe un’idea: forse Platone stesso, che aveva raccolto l’antica storia di Atlantide da un sacerdote egizio, non sapeva dove sorgesse la mitica terra. E forse, per descrivere la fine, aveva preso spunto da un avvenimento che si era verificato assai più vicino a casa sua di quanto volesse far credere.

Nel Mediterraneo, e più precisamente nel Mar Egeo, esisteva infatti un’isola, chiamata Thera, che mille anni prima, cioè nel 1628 avanti Cristo, aveva subìto una catastrofe naturale terribile. Al centro di Thera (oggi conosciuta anche con il nome di Santorino) sorgeva una immensa montagna che dominava una città ricca e splendente, fra le più potenti dell’epoca. Una città che doveva corrispondere perfettamente alla descrizione, fatta da Platone, della capitale di Atlantide, con il suo porto fiorente che dominava il mare.

Una catastrofe di 3.500 anni fa. Ma la montagna che dominava Thera non era una montagna qualunque: era un vulcano che spesso lanciava segnali minacciosi: borbottii, pennacchi di fumo, scrolloni e tremori prolungati. Gli abitanti dell’isola non si preoccupavano molto del vulcano. Il mare intorno era pescoso, i campi fertili, il clima mite e i commerci andavano a gonfie vele: cosa si poteva desiderare di più dalla vita? Un giorno però i borbottii divennero boati e i pennacchi di fumo nuvole gigantesche e poi cascate di fuoco. Tutta l’isola si scuoteva dal profondo delle viscere e il mare ribolliva in ondate gigantesche. Gli uomini capirono che la fine era vicina: raccolsero le loro cose più preziose, le misero sulle barche e presero il mare. Quasi tutti riuscirono a mettersi in salvo. I pochi che non erano fuggiti per tempo non sapevano a quale dio votarsi. Sembravano formiche impazzite quando il formicaio prende fuoco. E poi accadde. Il vulcano scoppiò letteralmente, la terra sprofondò nel mare e da una sola grande isola si formò un arcipelago a forma di mezzaluna. L’esplosione  hanno calcolato gli scienziati  fu paragonabile a quella di due milioni di bombe atomiche!

La catastrofe ebbe ripercussioni spaventose: una spessa coltre di ceneri si depositò fino a 1.000 chilometri di distanza e l’isola di Creta, che si trova a un centinaio di chilometri a sud di Thera, fu spazzata da un maremoto fra i più terribili della storia. Ancora oggi a Santorino si vedono chiaramente le conseguenze del cataclisma: strati di pomice alti quattro metri, depositi di ceneri bianche di uno spessore che varia dai 18 ai 24 metri e la forma stessa dell’isola: una mezzaluna al centro della quale ancora spunta un piccolo cono vulcanico che emette ogni tanto inquietanti sbuffi di fumo. E poi, soprattutto, c’è Akrotiri, un piccolo centro a sud dell’isola. Qui gli scavi di Marinatos hanno portato alla luce la testimonianza più preziosa: una città con strade e case a due e tre piani decorate da splendidi affreschi. Conservati in modo straordinario come in una Pompei del Mar Egeo. I loro autori erano davvero gli atlantidi? Forse non lo sapremo mai con certezza, ma non importa. Chi ci vuol credere è libero di farlo. Gli altri possono continuare a sognare di imbattersi un giorno nel mitico continente scomparso.

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LA LEGGENDA DI EL DORADO

Nel 1534 giunse nel porto di Siviglia in Spagna una nave carica d’oro che suscitò stupore in tutta Europa: si trattava del trasferimento di un ingente bottino di guerra – circa 10 tonnellate d’oro e 70 tonnellate d’argento – che il conquistador Francisco Pizarro aveva in parte saccheggiato e in parte estorto alla popolazione del Perú come prezzo del riscatto per il loro sovrano, l’Inca Atahualpa (che in seguito verrà ucciso ugualmente dagli Spagnoli). Il carico consisteva in pesanti lingotti d’oro e d’argento prodotti nelle fonderie del Nuovo Mondo, poiché tutti i gioielli e oggetti appartenuti al tesoro reale degli Incas erano stati fusi per facilitare il trasporto, distruggendo in questo modo un patrimonio culturale e artistico di inestimabile valore. La vista di tale ricchezza che proveniva dalle terre appena conquistate alimentò la leggenda che al di là dell’Oceano doveva trovarsi il Paese dell’Eldorado, una regione dove l’oro scorreva a fiumi, ancora tutta da esplorare.

La leggenda sull’abbondanza d’oro conteneva comunque un fondo di verità se dobbiamo credere ai racconti di alcuni cronisti antichi che erano stati informati dagli indigeni circa uno stupefacente cerimoniale in uso presso la popolazione Muisca in Colombia: una volta all’anno il sovrano di Guatavita si faceva cospargere il corpo di polvere d’oro per trasformarsi nel Dorado, l’uomo tutto d’oro, il quale si recava insieme alla sua corte su un lago vicino a Santafé de Bogotá (l’attuale capitale della Colombia), e qui, navigando su una zattera colma di doni preziosi, offriva il suo tesoro agli dèi. Per secoli gli esploratori hanno inseguito il miraggio dell’El Dorado, setacciando a costo della loro vita le foreste occidentali lungo il Rio delle Amazzoni: il Paese non venne mai trovato, ma egualmente il bottino fu ricco di oggetti, sculture e gioielli, tutti prontamente fusi nei calderoni. Soltanto alla fine del secolo scorso ci si rese conto della preziosità dell’oreficeria precolombiana e nel 1892, a 400 anni dalla scoperta delle Americhe, vennero esposti per la prima volta in Europa i tesori che si erano salvati dalle fonderie.

 

La prima spedizione che diede inizio alla leggenda fu quella del conquistadores Hernàn Cortès, egli conquistò la capitale degli aztechi, Tenochtitlan. Durante le sue spedizioni venne a sapere di unrituale, compiuto sulle rive di un lago salato, di una città mitica coperta d’oro. In tale rituale si narrava di un sacerdote detto Zipa che veniva ricoperto di polvere d’oro, raggiungeva il centro del lago in barca e poi si immergeva nelle acque salate. Intanto i fedeli gettavano dalla riva aggetti sacri per la maggior parte in oro. Poi degli indigeni gli dissero che proseguendo per il suo percorso sarebbe giunto alla città di smeraldo. La leggenda ebbe così inizio, e agli spagnoli bastava sentire la parola oro, senza badare al resto del racconto per giustificare una spedizione sanguinaria. Proprio per questo motivo El Dorado in poco tempo diventò la ricerca della città d’oro, che attirò centinaia di esploratori in un flusso che si può collocare tra il 1516 e il 1611. Parallelamente alle spedizioni la leggenda assunse dimensioni ossessive, facendo inoltre perdere il punto di vista geografico della città. Essa, inizialmente collocata nella regione del Messico, venne spostata in tutto il Sud America, fino all’impero Inca. Possiamo citare i più importanti avventurieri, ovviamente dopo Cortès, Ambrosius Dalfinger Nicolaus Federmann Sebastiàn De Belalcazar Walter Raleigh. Questi non trovarono la città d’oro, ma se non altro contribuirono all’esplorazione delle fitte foreste amazzoniche, tutt’oggi in gran parte inesplorate. Il mito di El Dorado persiste sino ai giorni nostri, a chi non piace credere che esista una meravigliosa città, magari ancora abitata, fonte di incredibile ricchezze e di sapienze a noi occidentali rimaste nascoste… Si tratterà anche di una leggenda nata dall’avidità degli spagnoli, ma se è sopravvissuta fino ad oggi ci sarà qualche motivo.

AGHARTA E LA “TERRA CAVA”

Le teorie che spiegherebbero l’esistenza di una civiltà sotterranea sono antichissime, ma a differenza di altri studi scientifici più documentabili come l’ufologia, il contattismo, la parapsicologia, l’archeologia misteriosa e la paleoastronautica, solo per citarne qualcuna, esistono pochissimi libri e pochissima documentazione relativamente a questo argomento.

Gli antichi monaci tibetani, così come gli indiani d’America, alcune popolazioni aborigene africane soprattutto in Mali e Nigeria, gli antichi Scandinavi, i Sumeri, alcune popolazioni Maya del centro America e molti altri popoli antichi narravano di una potente ed occulta civiltà sotterranea comunemente chiamata “Agartha”.

Essa sfrutterebbe in parte alcune cavità sotterranee naturali del sottosuolo terrestre, ed in parte cavità artificiali appositamente costruite con tecnologie molto avanzate, destinate ad ospitare città e nuclei abitativi e popolati non solo da umani ma anche da altre razze a noi differenti, come rettili e umanoidi di metabolismo comunque diverso dal nostro. Esisterebbero anche animali e vegetali, e per il sostentamento della vita e delle attività lavorative esisterebbero appositi fonti energetiche, in parte naturali, cioè ricavate direttamente dalla Terra come lava, depositi di acque sulfuree e bollenti, idrocarburi di vario tipo, minerali, carbone, fluorite, silicio ed altre sostanze di cui il sottosuolo del nostro pianeta è ricco. Ma esisterebbero anche fonti di energia artificiale, chiamata “vril” e le cui le origini sono per noi misteriose, oltre a fonti di calore a raggi ultravioletti che emanano una forte e calda radiazione color rosa-fucsia ed adatta a fare crescere piante e vegetazione spontanee in apposite cavità. Queste energie assicurano luce e calore agli ambienti interrati, e verrebbero impiegate in quantità pressoché illimitate e gratuite, in quanto tali energie sono del tutto naturali. Una di queste potrebbe essere la fluorite, un minerale di color verde luminescente, che per natura si trova davvero nelle cavità sotterranee della terra, e che i testimoni di questa civiltà agarthiana avrebbero notato in diverse occasioni.

Tra il diciannovesimo ed il ventesimo secolo, in Europa e negli Stati uniti l’ipotesi dell’esistenza di una civiltà sotterranea era chiamata “Terra cava”, e ci fu più di un ricercatore dell’epoca che si interessò a questa affascinante e misteriosa teoria. Adolph Hitler ne era addirittura ossessionato, a tal punto che organizzò durante la seconda guerra mondiale delle vere e proprie spedizioni militari in tutta Europa, Italia inclusa, alla ricerca dei passaggi per la civiltà sotterranea, ma senza esito, a parte un’esplorazione in Cecoslovacchia in cui, a detta dei soldati testimoni, essi avrebbero trovato un’ampia galleria perfettamente lavorata e molto profonda, ma dopo avere notato una potente luce dirigersi verso di loro, sarebbero fuggiti tornandosene all’uscita.

Per prima cosa, la rete mondiale dei tunnel Agarthiani sarebbe un’enorme ed ampia galleria disposta in circolo nell’emisfero nord, da cui si dirama tutta una serie di gallerie secondarie che, a diversi livelli, sarebbero poi direttamente collegate con la superficie terrestre e gli oceani.

Le localizzazioni principali di questa galleria “madre” sarebbero disposte sotto le superfici dei seguenti territori: Tibet, di cui Shamballà ne sarebbe la capitale, disposta a diverse centinaia di metri sotto la superficie Himalayana. Il tunnel prosegue in direzione sud-ovest verso la parte settentrionale dell’India, ed esattamente in Kashmir e poi in successione: Pakistan, Afghanistan, Iran, Iraq, Arabia Saudita, Mar rosso, Egitto, Libia, Ciad, Nigeria, Ghana, Guinea, Sierra Leone, Oceano Atlantico, Brasile amazzonico, Perù, Ecuador, Colombia, Messico, California, Stati Uniti occidentali, Canada, Alaska, stretto di Bering, Russia siberiana, Mongolia, Cina per poi chiudersi di nuovo nel Tibet nepalese a Shamballà.

Un’altra direttrice principale di queste gallerie sarebbe localizzata sotto la cordigliera cilena delle Ande, che dalla direttrice peruviana parte verso sud per finire in Patagonia ed Antartide e da cui poi presumibilmente continuerebbe sotto l’Oceano Antartico, Oceano Indiano, Indonesia ed ancora India per poi ricongiungersi a nord con la direttrice principale. Altre direttrici sarebbero localizzate un po’ dappertutto sotto l’Amazzonia ed il Brasile, definito dai ricercatori agarthiani come uno straordinario e complesso sistema di tunnel che portano in tutto il centro America, soprattutto in Messico e Belize.

Lo scrittore ed ufologo Alfredo Lissoni parla esplicitamente nel suo libro “Il governo ombra” di una possibile correlazione tra questa ipotetica civiltà sotterranea ed un occulto potere centrale, denominato “sinarchia”. Qui verrebbero decisi a nostra insaputa i destini e le scelte delle civiltà di superficie, che ben se ne guardano dal riconoscere un potere maggiore ad esponenti del governo di Agartha. Questa correlazione sarebbe del tutto nascosta all’opinione pubblica, mentre alcuni fra i politici ed esponenti governativi di tutte le popolazioni farebbero direttamente od indirettamente parte dell’organizzazione segreta. Gli Esseni, I templari, i Rosacroce, i Massoni e tante altre sette sarebbero da sempre collegate con la sinarchia.

Costantino Paglialunga, sul suo libro: “Alla Scoperta della Terra Cava”, scrive:

È possibile accedere al mondo interno attraverso periodiche aperture circolari che si formano ai Poli, oppure da altre zone del pianeta (anche italiane) o mediante particolari “porte dimensionali”.

I nomi dei continenti sotterranei rievocano ricordi di leggendarie località mai raggiunte, perché sempre cercate, erroneamente, in superficie: Agartha, disposto sotto l’emisfero nord della Terra, Eldorado, situato a sud e Shamballah, che s’allarga sotto l’Himalaya e oltre.

Il volume dà particolare risalto al pensiero di Eugenio Siragusa, che ha svolto un ruolo di rilievo in tal senso e che affermò che la Terra Cava ospiterebbe i discendenti dei superstiti di Atlantide e di Mù nonché molti extraterrestri.

Gli esseri sotterranei, soprattutto gli abitanti di Eldorado, molto più evoluti di noi in tutto, hanno segretamente manifestato da tempo, ai maggiori capi di governo mondiali, la loro estrema preoccupazione per la nefasta situazione in cui ci troviamo a causa di guerre, inquinamento, avidità, egoismo e uso scellerato dell’energia atomica, ma non sono stati ascoltati.

Il loro messaggio, a questo punto, è divenuto uno solo: «Cambiate, finché siete in tempo…».

Alec Maclellan è uno scrittore nato a Londra. Ha cominciato a interessarsi del mito della Terra Cava sul finire degli anni Settanta, coniugando viaggi ed esplorazioni alla consultazione di antichi documenti e insoliti volumi esoterici reperiti nelle più importanti biblioteche europee e americane. Pubblicato in diversi paesi, “Da Atlantide a Shamballah” è diventato un best seller del genere misterico.

AGHARTI, ATLANTIDE E IL RE DEL MONDO

“A grande profondità sotto l’oceano Atlantico, si estendono le vestigia di un continente …”Così lo scrittore Charles Berlitz iniziava il suo “Atlantide, l’ottavo continente”, un libro di gran successo. Molti, infatti, sono i film, i racconti, i libri scritti su Atlantide, il continente sommerso, e molte le persone che invano, per anni ed anni, lo hanno cercato, tentando di svelare un così grande mistero.

 

Il mistero della sua scomparsa, di ciò che una volta fu. Atlantide, in seguito ad un cataclisma di natura sconosciuta, venne sommersa dalle acque all’incirca 10.000 anni fa (…)

Dopo il disastro, agli uomini sopravvissuti non rimase altro da fare che navigare verso le coste più vicine, quindi, da Atlantide, essi emigrarono in America (dando vita a popoli quali gli Aztechi o gli Indiani del nord), in Scandinavia (dai quali poi sarebbero discesi i popoli germanici), in Inghilterra (i druidi sarebbero stati i protagonisti di una sorta di continuazione culturale atlantidea), in Italia (gli Etruschi, cui origini sono state da sempre sconosciute, potrebbero essere diretti discendenti degli omini atlantidei), sulle coste del nord Africa (come già detto, sette saggi arrivarono via mare e fondarono la civiltà egiziana), in Mesopotamia (i Sumeri potrebbero essere stati diretti discendenti del popolo di Atlantide; non dimentichiamo che Gilgamesh era un semidio) e in molti altri luoghi…

Secondo le leggende, il simbolo del sovrano di Atlantide era il tridente. Simbolo marino, associato alla figura di Poseidone o Nettuno, il dio del mare. La leggenda dice che abitasse in uno splendido palazzo in mezzo al mare, usava spostarsi sopra un cocchio tirato da cavalli marini (o probabilmente

delfini; questi sono i più intelligenti cetacei marini; la tradizione vuole che fossero stati creati proprio dagli atlantidei per assegnarli a lavori subacquei), e se col tridente batteva le onde, suscitava

tempeste e terremoti. Forse il suo tridente era davvero un arma molto potente.

La sua natura è duplice; benefica e malefica. Tra l’altro vi è un misterioso collegamento tra questi e l’Egitto, rappresentato da una scultura greca del II- I sec. a.C. conservata a Roma, nei Musei Vaticani, detta “Allegoria del Nilo”, in cui Nettuno è qui rappresentato sdraiato su un fianco e sovrastante una piccola Sfinge.  Sul suo capo, possiamo notare chiaramente due piccole corna. A prima vista potrebbe sembrare un dettaglio irrilevante, ma non è così.

Nettuno era il massimo esponente sulla Terra e verrà associato al Dio più buono della Bibbia, mentre (probabilmente) Giove era il “Dio dei cieli”, associato al Dio terribile e vendicativo delle Scritture. Giove “gettò” Nettuno sulla Terra, col compito di governarla. A questo episodio si ricollega quello della “caduta” di Satana per opera del Signore. Lucifero (per questo Nettuno potrebbe essere raffigurato con le corna) ribellatosi, a causa dell’umiliante e degradante compito di regnare su un mondo allora noioso, spopolato, iniziò una guerra col Signore.

Non dimentichiamo che inoltre il simbolo del tridente è comune ad entrambi. A Nettuno, in qualche modo d’altronde è associata anche la costellazione del Capricorno, l’animale cornuto con cui spesso viene identificato il diavolo (nei tarocchi, ad esempio, il diavolo ha sembianze femminili e, a posto della testa, il capo di un caprone). L’angelo caduto, in questo caso Nettuno, avrebbe regnato su Atlantide e Lilith, la Signora della Montagna, secondo certe versioni sarebbe stata addirittura la sua consorte.

Nettuno, forse anche sotto approvazione del Dio dei cieli, Giove, creò l’uomo con l’aiuto di Lilith. L’umanità (Adamah, gli uomini e Evah, le donne), visse in una condizione di semi-schiavitù (ma pacifica) in quel “Paradiso terrestre” che era Atlantide, fino al giorno in cui, avendo pronosticato un imminente catastrofe, decise di “rubare” il “frutto della conoscenza” dall’albero del giardino dell’Eden (probabilmente la fornitissima biblioteca atlantidea, i cui numerosi argomenti espressi nei libri si ramificavano in diversi campi, proprio come i rami di un albero), divenendo così pari a Dio.

Oppure, se vogliamo seguire la versione descritta nella Bibbia, probabilmente fu lo stesso Satana (Nettuno) ad aprire gli occhi degli uomini, offrendo loro la fatidica mela. Tale frutto, doveva essere per loro davvero un tesoro inestimabile. Esso avrebbe assicurato la continuazione di una civiltà intelligente sul pianeta. Ma l’acquisizione di questa cultura portò l’uomo alla consapevolezza di essere una razza sfruttata e per niente inferiore al Dio che l’aveva creato.

 

Ciò portò a rivolte, le mitiche guerre tra giganti e dei, alle quali quindi parteciparono anche gli uomini, alleati ai primi e sotto la guida di Nettuno. Circa 10.000 anni fa, periodo della distruzione di Atlantide (di cui, come già detto in precedenza, non conosciamo le esatte cause) e del grande Diluvio, il “Re del Mondo” (Nettuno), insieme agli uomini (che portavano con se il “frutto della conoscenza”, con la quale essi, così come i loro creatori, erano ora capaci di discernere il bene dal male, di capire cos’era più giusto e sbagliato), lasciarono l’isola per dirigersi verso le terre non colpite dalla catastrofe, le Americhe, l’Europa e l’Africa.

Ora, questi uomini erano diventati come gli dei, loro creatori. Avevano assaggiato il frutto della conoscenza.

Erano passati da una condizione di dipendenza ad una di parità. Era terminata un’altra era. Ma non tutti gli uomini si misero contro il Dio dei cieli. Non tutti seguirono Nettuno. Uno di questi potrebbe

essere stato Noè, che, rimanendo fedele a Dio, riuscì a salvarsi ed a salvare con sé gli animali, diciamo, venuti meglio. Costui, in seguito, avrebbe dato un continuo all’umanità, ma a quell’umanità voluta dal Signore, sottomessa e senza troppe pretese culturali.

Un’umanità di superficie, contrapposta (come vedremo in seguito) a quella sotterranea, ostile al Re dei Cieli (Giove), consapevole di non essere inferiore a questi, memore di avere assaggiato il frutto della conoscenza e fedele al Re del Mondo (Nettuno/Lucifero).

Hitler, che si interessava di misteri, esoterismo e magia, sapeva molte più cose di quanto si possa pensare. Egli sapeva dell’esistenza del Re del Mondo, così come del Re dei Cieli e interpretò purtroppo il tutto in chiave razzista. Per lui, i discendenti degli uomini fedeli al primo re erano gli ariani, biondi con gli occhi azzurri, diretti discendenti degli atlantidei, mentre i discendenti di coloro che invece erano rimasti fedeli al secondo re, erano gli ebrei. La battaglia di Hitler era una battaglia che aveva avuto inizio 12.000 anni prima e che egli voleva portare a termine sterminando l’ultima traccia rimasta sulla Terra di quel Dio terribile e alieno, gli ebrei, discendenti da uomini come  Noè.

Quindi, anche Nettuno abbandonò il “Paradesha” (paradiso terrestre) per costruirsi una nuova reggia altrove, in un luogo imprecisato nel sottosuolo, sotto le rocce del deserto del Gobi, a nord del Tibet. Sottoterra, nella crosta terrestre, lì, dove avrebbe potuto continuare incontrastato a governare il mondo, lontano dall’umanità, ormai divenuta pericolosa, guerrigliera, conquistatrice (e rimasta fedele al Re dei Cieli, suo antagonista).

Ma anche lì, dove sarebbe stato costretto ad un’obbligata prigionia che, secondo la tradizione cristiana, sarebbe dovuta durare 10.000 anni.

La fossa di cui si parla non è altro che un passaggio che conduce al sottosuolo, lì dove vennero relegati gli angeli decaduti, cioè quelli che presero le figlie degli uomini, dai quali poi discesero i giganti. La stessa dove discese il Signore degli inferi (Lucifero/Nettuno). Enoc era un uomo visto di

buon occhio da Dio, così come lo era stato Noè. Entrambi quindi, Enoc e Noè, rimasero fedeli al Signore dei cieli (Dio/Giove). Certo, prima di essere puniti, questi angeli “ribelli”, fedeli a Nettuno, riuscirono ad istruire parte dell’umanità, forse con la speranza di costituire un vasto esercito (formato da uomini e giganti) da contrapporre all’esercito nemico del Re dei Cieli e degli angeli a lui fedele.

Gli stessi che poi avrebbero seguito Lucifero nel mondo sotterraneo degli inferi, in parte per loro scelta personale, in parte come punizione divina. Furono questi esseri alieni a permettere all’umanità di passare da uno stadio selvaggio alla successiva età del ferro. Ormai l’umanità era corrotta. Era l’età del ferro, delle guerre e del dolore.

Lì, Nettuno, si costruì un grande regno, costituito da numerosissime gallerie sotterranee, estese per tutta l’Asia e forse oltre, un grande regno chiamato, secondo la tradizione orientale, Agarthi. La capitale di questo nuovo mondo sotterraneo, chiamata Shamballa, si troverebbe sotto il Gobi, e lì, regnerebbe ancor oggi il Re del Mondo. In effetti, se ci facciamo caso, la tradizione cristiana vede il diavolo risiedere nel sottosuolo, all’inferno, in un mondo sotterraneo. Alla luce delle precedenti osservazioni, ci viene spontaneo associare Satana a Nettuno e quest’ultimo al Re del Mondo.

Se tutto questo fosse vero, inevitabilmente, noi saremmo stati creati da Lucifero e non da Dio, ma non dal diavolo che da sempre ci ha mostrato la chiesa, terribile e malefico, ma da un essere alieno (e con sentimenti umani), che si ribellò alla pretesa di egemonia sulla Terra da parte di un altro essere alieno che probabilmente, lo abbandonò (o esiliò), per sempre qui, insieme ai suoi figli, ai quali donò la “luce della conoscenza” (da qui deriverebbe il nome Lucifero: “portatore di luce”. Lì “illuminò”).

GLI INGRESSI DI AGHARTI

Gli ingressi alle gallerie che portano a Shamballah, la capitale di questo regno, sono occultati in luoghi strategici e isolati per impedirne l’accesso ai curiosi.

Ce ne sarebbero molti nascosti sotto le acque degli oceani, dei laghi, o tra i pendii in alta montagna. Ve ne sarebbero alcuni in Brasile, nella fitta foresta che circonda il Rio delle Amazzoni (le cui entrate sarebbero protette da indios dagli atteggiamenti tutt’altro che amichevoli), o in Siberia, nel deserto del Gobi.

Addirittura, vi sarebbe un’entrata, ancora inviolata, a pochi metri di profondità, tra le gambe della Sfinge, in Egitto. Il collegamento tra questo mondo e Atlantide sarebbe provato anche da alcune prove concrete, quali, ad esempio, il fatto che tredici geroglifici egiziani siano simili per forma e significato a tredici geroglifici Maya ed il fatto che vi siano raffigurati degli elefanti sulle antiche rocce del centro America, animali sconosciuti da quelle parti.

Atlantide potrebbe essere stato il collegamento tra questi due grandi regni. Inoltre, impressionante è la somiglianza tra certi aspetti della religione egizia e quella delle popolazioni americane. Garcilaso, figlio di un conquistatore spagnolo e di una indios americana, agli inizi del ‘500 si trasferì in Spagna e costituì una fornita biblioteca. Scrisse i seguito dei trattati in cui rivalutava la religione degli Incas, accostandola anche al neoplatonismo degli europei. Sottolineò il fatto che, così come le antiche popolazioni del mediterraneo, gli Incas adorassero il disco solare.

Ma, questa non è l’unica analogia. È noto, ad esempio, che la pratica della mummificazione era propria degli egizi così come degli Aztechi, o dei Maya. Inoltre, se guardiamo l’architettura di questi popoli, notiamo come fosse diffusa la forma piramidale nel mondo antico, sia in America che in Egitto. Si tratta solo di coincidenze? No, Atlantide sopravvisse ancora, per secoli e secoli, nella cultura di queste popolazioni dell’antichità, e oltre. Sopravvisse forse anche nei romanzi cavallereschi inerenti Artù e i cavalieri della tavola rotonda. Alla sua morte, Artù venne trasportato sulla mitica isola di Avalon, da cui farà ritorno un giorno non ben precisato.

LA LEGGENDA DI AGHARTI

Secondo la tradizione induista, esiste un grande regno sotterraneo, chiamato Agharti (in sanscrito “l’inaccessibile”). Qui dimorerebbe il Re del Mondo, colui che, da Shamballah, la capitale di questo grande luogo mitico, domina le menti dei grandi, dei re, degli imperatori e dei presidenti di tutto il mondo. Qui, vivono esseri superiori, da tempo immemorabile.

Shamballah, che dovrebbe trovarsi in profondità, sotto il deserto del Gobi, in Asia, è solo il centro di questo grande regno, che dovrebbe estendersi, attraverso un’immensa rete di gallerie, sotto tutta la superficie del globo, collegando tra loro i diversi continenti.

Agharti è questo, un’estesissima rete di gallerie sotterranee. Ma la leggenda ci dice anche che non a tutti è concesso accedervi. Solo pochi prescelti possono recarvisi, sotto diretto invito “spirituale” del Re del Mondo. Una di queste persone che ebbe tale onore fu madame Blavatsky, una medium, fondatrice agli inizi del ‘900 della Theosophical Society. Fu lei una delle prime in occidente a parlare di Agharti. Lei ebbe l’onore di visitare il mondo sotterraneo e di ritornare in superficie per raccontare la sua avventura. Ma non fu l’unica. probabilmente anche Dante Alighieri fu uno di questi prescelti e la “Divina Commedia” non fu solo frutto della sua fantasia, ma di un viaggio davvero compiuto, probabilmente romanzato dall’autore per non rivelare troppo esplicitamente ciò che aveva visto. Infatti, un alone di segretezza aleggia su questo interessante mito.

In molti cercarono di raggiungere Agharti, ma è molto difficile, se non impossibile, accedervi quando non si è stati invitati. Tale impresa, più volte, a portato solo alla morte. Perfino Adolf Hitler si interessò a tale mito e mandò ben quattro spedizioni in Asia.

Nessuna fece mai ritorno. Soltanto l’ultima riuscì a trovare delle gallerie ed a comunicarlo al fuhrer,

prima di svanire anch’essa nel nulla.

Nel 1947, Richard Evelyn Byrd, un ammiraglio americano in esplorazione del Polo Sud, trovò per puro caso tracce di questa civiltà ed ebbe un importante contatto con gli abitanti del luogo (descritto nel suo diario), che si presentarono a lui col nome di “Arianni”. Questi si mostrarono preoccupati per la nostra razza, in quanto, da poco tempo erano state fatte esplodere le prime bombe nucleari su Hiroshima e Nagasaki. Ci furono anche altre persone che trovarono casualmente un ingresso ad Agharti, ma nella maggior parte dei casi, o non tornarono indietro, o tornarono con la lingua mozzata, per non poter rivelare ciò che avevano potuto vedere. Abbiamo anche il diario di un altro esploratore che trovò un ingresso per la mitica rete di gallerie nella foresta Amazzonica. Tale ingresso era situato vicino ad una vallata ove si trovavano alte colonne sulla cui sommità erano

disposte delle grandi sfere capaci di emettere una luce perenne. Ma non gli fu permesso di accedervi, a causa dell’ostilità di una misteriosa tribù di feroci indios pigmei, 2custodi dell’ingresso al mondo sotterraneo.

Il mistero di Agharti si infittisce sempre di più. Di un misterioso regno se ne parla anche nel medioevo.

Intorno al XII/XIII secolo si parla di un leggendario Prete Gianni, sovrano di un altrettanto leggendario regno, collocato, a seconda delle diverse versioni, in Asia, in Etiopia, in Africa…

Questo sovrano, si dice, ebbe relazioni epistolari con alcuni grandi del tempo, come ad esempio il bizantino, Manuele Comneno e avrebbe comandato un grande esercito, come mai se n’erano visti. Nel suo mondo si sarebbe trovata, tra le altre meraviglie, la fontana dell’eterna giovinezza… Ma questa storia rimase per sempre avvolta dal mistero e dalla leggenda e non trovò mai conferma.

Gengis Khan, il grande sovrano mongolo, nel XIII secolo, si dice, ricevette perfino un dono dal re del Mondo. Esisterà mai questo grande regno? Per molti, Shamballah non è altri che un mondo di pace, dove è possibile essere davvero tutt’uno con l’universo, lontano dai condizionamenti della società moderna. Shamballah è un ritorno ai primordi, a quando l’uomo era tutt’uno con la natura e il “tutto”. Quindi, assume un significato più spirituale. Ma di certo, nessuno ancora può dire cosa sia Agharti. Se realtà, o soltanto un’utopia, una suggestiva fantasia.

L’ISOLA DI PASQUA

L’Isola di Pasqua è una piccola isola sperduta nell’Oceano Pacifico, distante circa 1600 Km dal più vicino luogo abitato e quasi 4000 Km dalle coste del Cile. Ha una popolazione di 2000 abitanti e politicamente appartiene allo stato cileno. La sua superficie è di soli 162 Kmq. Teoricamente venne scoperta nel 1686 ma fu soltanto nel giorno di Pasqua (da cui il nome dell’isola) che l’ammiraglio olandese Jacob Roggeveen effettuò la prima esplorazione ufficiale, sfidando peraltro i bellicosi indigeni.

Quando l’esploratore olandese sbarcò sull’Isola, gli indigeni versavano in condizione di quasi completa indigenza, erano sulla soglia dell’estinzione, dediti al cannibalismo, e vivevano tra le rovine dei grandi Moai, completamente distrutti o parzialmente abbattuti.

Un’isola che doveva essere rigogliosa, ricoperta di lussureggiante vegetazione, si presentava invece come una piana desolata, costituita per lo più da aride praterie, cespugli di felci, poca erba stentata, ed rarissimi alberi non più alti di tre metri.

Queste ed altre incongruenze nel corso dei secoli scorsi hanno attirato l’attenzione degli studiosi che nel tentativo di ricostruire la storia misteriosa di quest’isola completamente isolata, i cui abitanti erano in possesso di una cultura non assimilabile con nessun’altra di quelle note o conosciute sull’intero pianeta, e che erano stati capaci di edificare sculture del peso di diverse tonnellate, per poi distruggerle, hanno dato vita a suggestive interpretazioni e teorie, affascinanti come leggende.

Al momento dello sbarco degli Olandesi gli unici animali selvatici presenti erano uccelli, gli abitanti si dedicavano stentatamente all’allevamento dei polli, non vi erano più di tremila abitanti sull’isola, le poche imbarcazioni presenti erano delle rudimentali canoe che non erano in grado di affrontare il mare aperto, mentre la stirpe locale fu chiaramente identificata dall’esploratore James Cook, giunto sull’Isola nel 1774, come di matrice polinesiana.

Questo apriva uno dei maggiori interrogativi, se gli abitanti erano solo tremila, e in possesso, a quanto pareva, di una cultura piuttosto approssimativa, come avevano fatto a costruire i Moai, lunghi oltre venti metri e pesanti più di 100 tonnellate l’uno, a inventare uno dei più sofisticati linguaggi ideografici che si conoscano, e a solcare i mari per giungere fino a lì dalla più vicina isola polinesiana che risultava essere distante ben 1850 chilometri? I polinesiani erano considerati inoltre navigatori estremamente evoluti ed esperti, capaci di costruire imbarcazioni complesse, in grado di tenere il mare aperto, capaci di veleggiare a grandi distanze, erano considerati, come gli etruschi e i vichinghi, il “popolo del mare”. Che fine avevano fatto allora le imbarcazioni originarie, che avevano condotto sul luogo i primi indigeni? Erano forse state distrutte in un impeto di furia, in una sorta di guerra civile, facendo la stessa fine dei Moai?

L’esploratore olandese, e in seguito Cook, appurarono che su quell’isola di origine vulcanica, dai fianchi scoscesi, dalle coste inospitali, non vi era traccia di nessun altro tipo di contatto proveniente dall’esterno, fino allo sbarco del 1722 nessun altro popolo era approdato su quella terra, tranne i polinesiani, che erano stati, forse in epoca antichissima, i primi originari colonizzatori.

I misteri non svelati sulla storia dell’Isola di Pasqua e gli interrogativi sollevati tenendo conto delle prime esplorazioni sono dunque moltissimi, non ultimo quello che circonda la costruzione, lo scopo, e la successiva barbarica distruzione delle suggestive statue dei Moai, i silenziosi guardiani dell’Isola.

I nativi narrarono agli olandesi che in origine, tutto attorno al perimetro dell’isola, si ergevano, su imponenti piattaforme denominate Ahu, più di 300 statue di Moai, mentre altre 700 erano state abbandonate ancora in fase di costruzione nelle cave di pietra, lontane dalla costa decine di chilometri.

Sembrava come se gli abitanti, colpiti da qualche tipo di calamità naturale, avessero sospeso immediatamente i lavori, abbandonando tutto nello stato in cui si trovava.

Se gli indigeni non disponevano di alberi a grande fusto, di liane, o di corde, di funi robuste, di vigorosi animali da tiro, come risultava dai sopralluoghi degli esploratori olandesi, come avevano fatto allora a trainare le gigantesche statue di pietra dalle cave di pietra fino alla costa?

Veniva a cadere in qualche modo la suggestiva ipotesi avanzata dagli studiosi sull’ingegnoso sistema delle slitte, o pattini, inserite sotto i grossi Moai, e costituite da grossi, enormi tronchi, che, come rulli, venivano fatti rotolare in un unico enorme tappeto rotante, fino alla costa.

Dove erano stati presi quei tronchi se sull’isola nel 1722 non c’erano praticamente alberi? E in assenza di animali da tiro o da soma, come avevano potuto quei pochi indigeni da soli riuscire a tanto? Con cosa erano state ricavate le liane e le funi che occorrevano per sollevare e trainare i Moai se sull’isola non erano state ritrovate che erba e felci?

 Qualcosa decisamente non tornava. Qual’era infine la vera storia dell’Isola di Pasqua?

Gli studiosi si sono dedicati più che attentamente a questo problema giungendo alfine, utilizzando tutti i moderni mezzi posti a disposizione della ricerca e dell’archeologia, a prospettare supposizioni che, se non sono dimostrabili, quanto meno risultano verosimili e perfettamente compatibili con le prove e le testimonianze, quindi attendibili e per di più in carattere con le precedenti esperienze di altri insediamenti umani.

Originariamente la popolazione dell’Isola di Pasqua mostrava un tessuto sociale e una compagine culturale notevolmente organizzati, le loro attività erano preminentemente tese, oltre che all’assicurazione dei viveri e delle risorse, alla costruzione dei giganteschi Moai di Pietra che per loro dovevano rivestire un fondamentale ruolo religioso o rituale.

Le terre erano fertili e le coltivazioni si trovavano nella zona meridionale e orientale, a settentrione e a occidente erano invece poste le pescose riserve di pesca, per praticare queste attività, assicurare e distribuire le risorse, e garantire la sopravvivenza della popolazione, compresi coloro che si occupavano attivamente, e a tempo pieno, solo della costruzione dei Moai, era sicuramente necessaria un tipo di organizzazione sociale perfezionata e assai sviluppata.

Negli anni Cinquanta il Norvegese Thor Heyerdahl propose addirittura la teoria che la popolazione dell’Isola di Pasqua fosse anticamente originaria della zona del lago Titicaca, situato tra la Bolivia e il Perù, a causa di alcune verosimili somiglianze tra le due culture, e per dimostrarlo costruì addirittura una zattera rudimentale, la leggendaria Kon Tiki, riuscendo a compiere l’intera traversata del Pacifico.

Tuttavia Cook nel 1774 ebbe modo di parlare con gli indigeni e riscontrò che la lingua da loro utilizzata era sicuramente appartenente al ceppo polinesiano, come polinesiani erano gli ami utilizzati per la pesca, e polinesiane erano le asce da loro utilizzate, molto simili a quelle rinvenute nelle isole Marchesi.

La dimostrazione inconfutabile giunse alfine nel 1994 quando l’esame del Dna dei resti umani ritrovati sull’Isola consentì di dimostrare definitivamente che gli abitanti originari erano decisamente di razza polinesiana.

L’esame di questi resti ha consentito di determinare anche il tipo di alimentazione che era basato su pollame, banane, patate dolci, canna da zucchero e gelso, tutti prodotti tipicamente in uso nella cultura polinesiana e in tutto il sud est asiatico.

Tuttavia ancora qualcosa non era stato spiegato. Perché venivano costruiti i Moai, da dove provenivano i tronchi necessari per il loro trasporto, come si era estinta la popolazione locale, e soprattutto chi o che cosa aveva quasi distrutto l’isola?

Dove non era riuscita l’archeologia, dove la paleontologia non aveva potuto arrivare, là giunse a risolvere ogni dubbio una nuovissima branca della scienza, la palinologia.

Attraverso lo studio dei pollini fossili, infatti, fu possibile ricostruire la vera storia dell’Isola di Pasqua.

Con la misurazione al radiocarbonio venne attestato che il periodo più antico di insediamento umano risaliva al periodo compreso tra il 400 e il 700 dopo Cristo, che coincideva con i calcoli stimati dai linguisti che esaminarono l’incredibile linguaggio ideografico, simile, ma molto più complesso, ai geroglifici egiziani.

Dunque la prima colonizzazione dell’Isola avvenne circa 1600 anni fa nel 400, e l’apice dello sviluppo si verificò tra il 1200 e il 1500, si calcola che in questo periodo gli abitanti fossero oltre 7.000 unità.

Andando ancora più indietro nel tempo lo studio dei pollini fossili ha consentito di appurare che inizialmente, almeno trentamila anni prima dell’insediamento umano, l’isola era ricoperta di alberi rigogliosi, e dalla tipica vegetazione subtropicale. Alla loro ombra cresceva fiorente ogni tipo di piante, c’erano gli alberi Hau Hau, da cui venivano ricavate le fibre per fabbricare funi e corde, il Toromiro, usato come legna da ardere, e strati antichissimi di polline rivelarono una fitta concentrazione di Palme.

Analizzando il sottosuolo poi si scoprì un’antica discarica, colma di scheletri di pesci ma, cosa sorprendente, in minima parte si trattava di pesci da sottocosta, e in massima parte i resti erano costituiti da uccelli marini, delfini, e pesci d’altura.

Era dunque definitivamente provato che per pescare gli indigeni dovevano necessariamente essere in possesso della tecnologia adatta per costruire imbarcazioni d’alto mare, canoe sofisticate e robuste, in grado di resistere alle grandi onde dell’oceano, di grandi dimensioni, e che si potevano costruire solo con i fusti delle Palme.

Questo confortò gli studiosi che già avevano ipotizzato che le zone costiere dell’Isola di Pasqua erano di gran lunga troppo fredde perché i pesci potessero sopravvivere nelle barriere coralline, e le pochissime zone con bassi fondali non avrebbero in alcun modo potuto garantire la sopravvivenza alla popolazione.

Ecco che piano piano il mistero si andava dipanando.

Dunque l’Isola di Pasqua una volta era un posto paradisiaco, i suoi abitanti sapevano navigare al largo, erano in grado di costruire arpioni, funi, strumenti da lavoro e imbarcazioni d’alto mare, esistevano le palme, gli alberi da legname e quelli per le fibre. Ma che fine aveva fatto tutto questo?

Lo studio del polline consentì di stabilire che il disboscamento progressivo avvenne intorno all’anno 800, gli esperti rinvennero negli strati di quel periodo le prime tracce di alberi carbonizzati, mentre a partire da quella data cominciarono a diminuire, fino a scomparire del tutto, le tracce dell’esistenza di Palme, mentre l’Hau Hau, indispensabile per la produzione delle funi, sopravvisse con rarissimi esemplari rachitici, di dimensioni troppo ridotte per ricavarne qualche cosa, e il Toromiro, che veniva usato per accendere il fuoco, era quasi completamente estinto allo sbarco degli olandesi.

Era ormai chiaro che qualcosa aveva pesantemente influito sul delicato ecosistema di un paradiso tropicale completamente isolato, compromettendo definitivamente lo sviluppo e la sopravvivenza della popolazione, ma che cosa?

Forse troppe Palme erano state tagliate, forse era stato consentito ai topi di danneggiare in maniera irreparabile i frutti della pianta, compromettendone la riproduzione, forse gli uccelli selvatici si stavano estinguendo e non contribuivano più a diffondere semi e polline, forse anche altre famiglie animali stavano impoverendosi, terminando con l’estinzione una storia vecchia di 1600 anni.

Si sa per certo che attorno all’anno 1500 scompaiono le tracce delle ossa di delfino, e si hanno le prove che subito dopo lo sfruttamento intensivo dei vivai di molluschi che prolificavano sottocosta condusse all’impoverimento delle risorse alimentari disponibili. La scomparsa degli alberi aveva reso impossibile costruire le canoe, senza canoe non era più pensabile praticare la pesca d’altura, senza resti di pesci di cui cibarsi gli uccelli migratori disertavano l’isola e non consentivano più con il loro intervento la riproduzione e l’impollinazione delle piante, contemporaneamente i topi crescevano di numero e si impossessavano, distruggendo ogni cosa, di tutte le risorse disponibili.

Fu in questo periodo che iniziò la distruzione dei Moai, forse l’uomo si era reso conto che proprio la loro insensata costruzione aveva causato il folle disboscamento origine della distruzione del patrimonio naturalistico dell’Isola.

Quando le ultime canoe esistenti si logorarono con l’uso e risultarono inservibili, non fu più possibile costruirne altre, allora gli indigeni si ritrovarono bloccati, loro malgrado, su quello che era stato un piccolo Paradiso Terrestre, nell’impossibilità di fuggire, o di allontanarsi, furono costretti a dar fondo alle uniche risorse disponibili, l’allevamento di pollame fu potenziato, le riserve di molluschi vennero presto esaurite, e in breve tempo non esisteva più alcuna possibilità di sostentamento per le oltre 8.000 persone che popolavano l’Isola di Pasqua, fu così che gli indigeni si divisero in due caste, gli intoccabili e i sacrificabili, si scatenò una sanguinosa guerra civile, e la popolazione iniziò le pratiche del cannibalismo, come testimoniano le tradizioni orali e i resti rinvenuti negli strati più recenti degli scavi archeologici.

L’eccessivo disboscamento, l’incremento della popolazione, l’estinzione delle principali risorse alimentari condussero a un mutamento dell’Ecosistema, l’erosione del suolo aumentò progressivamente, sole, pioggia e vento non venivano più filtrati dalle folte chiome degli alberi e colpivano duramente la terra inaridendola, le coltivazioni presto furono impossibili da praticare, le specie marine scomparvero da sotto costa, il pollame non era sufficiente a sfamare tutti, gli uccelli migratori non facevano più tappa sull’isola, il polline non si diffondeva, le piante non si moltiplicavano, i topi crescevano indisturbati di numero e si impossessavano di ogni risorsa, le sanguinose guerre civili, la carestia, le malattie e il cannibalismo decimarono la popolazione riducendo un paradiso terrestre a un inferno senza via di scampo.

IL MITO DEL CONTINENTE SOMMERSO “MU” 

Secondo appassionati e studiosi di miti e storie leggendarie, Mu era un grande continente in cui si sviluppò una raffinata civiltà, ma che fu sommerso oltre diecimila anni fa nel bel mezzo dell’Oceano Pacifico a causa di un terrificante cataclisma. Forse Mu fu antecedente alla stessa Atlantide, anch’essa scomparsa nel fondo dell’oceano Atlantico per un altro cataclisma.

Molti di questi ricercatori e appassionati di storie mitiche ritengono che l’attuale Isola di Pasqua sia ciò che resta del continente MU. L’Isola è di appena 76 Km2, vista dall’alto appare come un triangolo i cui vertici sono caratterizzati da tre crateri vulcanici spenti.

Nel 1969 un violento maremoto scaraventò sulle coste dell’isola due teste di pietra vulcanica di circa un metro e mezzo di diametro. Risultarono subito molto più antiche delle statue Moai presenti sulla terraferma e le loro fattezze erano molto diverse da quelle dei Moai oggi conosciuti. Una di queste teste è conservata nel piccolo museo dell’isola.

Questi due reperti restituiti dall’oceano per alcuni starebbero a dimostrare che in fondo al mare esistono vestigia di una terra sprofondata come vuole il mito di Mu. Una leggenda locale, poi, dice che il grande Hotu Matùa, re dell’isola di Pasqua, sarebbe fuggito da un regno vicino sommerso dal mare. Secondo l’esploratore e studioso inglese James Churchward, fu dal continente Mu che si irradiò la conoscenza e la cultura in tutto il mondo. In tutto questo di scientificamente appurato è che durante l’ultima grande glaciazione, terminata circa 10.000 anni fa, il livello dei mari del pianeta era di 120 metri più basso. Terminata l’ultima glaciazione i mari si portarono sull’attuale livello e inevitabilmente molte isole e terre finirono sott’acqua. Imponenti costruzioni recentemente sono state scoperte a 40 metri di profondità al largo dell’India nord-occidentale, a diverse miglia dalla foce del fiume Indo, stessa cosa a 50 metri di profondità al largo delle coste giapponesi. Dimostrazione concreta questa di come l’innalzamento del livello dei mari abbia cancellato città e distrutto civiltà.

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