UN VIAGGIO NELLA ROMA DI ANGELI E DEMONI

Gli Illuminati, una delle società segrete più influenti della storia, nascose nella Città Eterna enigmi ed indizi che, una volta decifrati, avrebbero condotto i novizi ad un covo segreto…

I quattro altari della scienza, che rappresentano i quattro elementi: Terra, Aria, Fuoco e Acqua  sono gli indizi principali che, una volta risolti,  permetteranno di percorrere il Cammino dell’Illuminazione passo per passo.

Il primo indizio ci porta a Piazza del Popolo, nella chiesa di Santa Maria del Popolo…

All’interno della chiesa la statua del Bernini ritrae un angelo, e notiamo che  l’angelo indica verso sud ovest e l’unica chiesa che si trova in quella direzione è …..

la basilica di San Pietro

Al centro della piazza, nei pressi dell’obelisco di San Pietro, vi è il secondo indizio il West Ponente, bassorilievo del Bernini rappresentante il vento il West Ponente

L’”Estasi di Santa Teresa”, del Bernini è il  terzo indizio del “Cammino dell’Illuminazione”

il quarto e ultimo indizio è la fontana dei quattro fiumi di Piazza Navona che ci conduce alla fine del viaggio

il covo degli Illuminati.….

Castel Sant'Angelo

Castel Sant'Angelo

 

VILLA DELLE SIRENE

Questa villa, edificata sui resti di un ipogeo romano e di un “tempio della tempesta”,  ha il particolare potere di esaudire i desideri, ma al contrario. Occorre porsi di fronte all’edificio e desiderare l’inverso di quello che si vuole. Ad esempio, se si è single e si desidera trovare l’anima gemella, bisogna desiderare di rimanere soli.

 Questa legenda da il nome alla villa, infatti le mitiche creature del mare ingannava i marinai mostrando approdi dove non c’erano che scogli.

Per chi fosse interessato a realizzare un desiderio, dovrà recarsi in via Appia Antica e fermarsi difronte al sepolcro degli Scipioni dopo Porta San Pancrazio.

LA BOCCA DELLA VERITA’

 

Nel medioevo si fa strada la leggenda che Virgilio fece costruire la Bocca della Verità per sciogliere i dubbi sulla fedeltà di mariti e mogli.

I racconti popolari riferiscono di una giovane e bellissima donna, moglie di un patrizio romano, che era stata accusata di adulterio perché riceveva visite da un altro uomo durante l’assenza del marito. Quando il consorte venne a conoscenza di questa faccenda non si lasciò intenerire dalle lacrime della donna, che si proclamava innocente, e pretese che lei si sottoponesse alla “prova” della Bocca della verità. Il giorno in cui la fanciulla doveva sottoporsi a questo esame, un giovane, all’apparenza sconosciuto, si avvicinò a lei e la baciò. I presenti volevano scagliarsi contro l’intruso ma lei li convinse a lasciarlo andare sostenendo che fosse un povero pazzo. In realtà si trattava di una messa in scena perché poi quando la giovane donna pose la mano all’interno della Bocca poté sostenere fieramente di non aver mai baciato nessuno all’infuori di suo marito e di quel povero demente, che in realtà era il suo amante.

 La mano quindi rimase intatta con grande compiacimento del consorte ma con estrema umiliazione della Bocca della verità, la quale, abbattuta da tanta audacia, da quel giorno non volle più “esprimersi” e non chiuse più la bocca per punire gli spergiuri. 

Proprio per tutta questa scia lasciata dalle innumerevoli leggende pronunciate e formulate su questa scultura, la Bocca della Verità continua ad essere menzionata tra le curiosità romane e dalla folla di turisti che si accalcano per farsi fotografare con la mano nella magica bocca, sembra mantenere intatto il suo fascino.

IL MISTERO DELLE ORIGINI DI ROMA

 

La tradizione vuole che l’eroe greco Enea, scampato alla guerra di Troia, approdasse in centro Italia, fondando la città di Lavinio, in onore della moglie Lavinia. Iulio, figlio di Enea, andò poi a fondare un’altra città, Alba Longa. Alla sua morte ci furono altri trenta re fino ad arrivare a Numitore che fu spodestato dal fratello Amulio. Egli constrinse sua nipote Rea Silvia a diventare sacerdotessa cosicchè non potesse procreare figli e quindi futuri pretendenti al trono, ma Rea Silvia diede alla luce due gemelli: Romolo e Remo.

Questi vennero abbondonati nella foresta e  “allevati da una lupa” (la Lupa potrebbe essere stata una sorta di donna dei boschi, chiamata “Lupa” per via del modo “selvaggio” in cui viveva), e crebbero. Quando divennero abbastanza grandi incominciarono ad organizzarsi per riprendersi il loro legittimo trono. In seguito decisero di andare un po’ più a nord per fondare una nuova città, Roma, oggi soprannominata Caput Mundi. Romolo uccise il fratello Remo e divenne il primo re della città appena fondata.

Dopo di lui, vennero altri sei re, ma di questi, solo degli ultimi tre è stata provata l’esistenza storica. Gli altri quattro rimangono ancora una leggenda. Poco tempo fa, gli archeologi hanno trovato sotto la pavimentazione del Foro romano un altare arcaico, e su una pietra compariva la parola “REX”, per cui ciò proverebbe l’esistenza di “RE” nel periodo regio romano, a sostegno delle storie raccontateci nelle fonti. Quindi, i sette re di Roma furono Romolo, Numa Pompilio, Tullo Ostilio, Anco Marzio, Tarquinio Prisco, Servio Tullio e Tarquinio il Superbo (questi ultimi tre in verità erano etruschi ).

LA PORTA MAGICA

La Porta Alchemica , detta anche Porta Magica o Porta Ermetica o Porta dei Cieli, è un monumento edificato tra il 1655 e il 1680 da Massimiliano Palombara marchese di Pietraforte (1614-1680) nella sua residenza, villa Palombara, sita nella campagna orientale della Caput Mundi, sul colle Esquilino nella posizione quasi corrispondente all’odierna piazza Vittorio, dove oggi è stata collocata. La Porta Alchemica è l’unica sopravvissuta delle cinque porte di villa Palombara.

Secondo la leggenda un pellegrino, identificabile con l’alchimista Francesco Giustiniani Bono, dimorò per una notte nei giardini della villa alla ricerca di una misteriosa erba capace di produrre l’oro. Il mattino seguente fu visto scomparire per sempre attraverso la porta, ma lasciò dietro alcune pagliuzze d’oro frutto di una riuscita trasmutazione alchemica, e una misteriosa carta piena di enigmi e simboli magici che doveva contenere il segreto della pietra filosofale.

Il marchese fece incidere sulle cinque porte di villa Palombara e sui muri della magione, il contenuto del manoscritto coi simboli e gli enigmi, nella speranza che un giorno qualcuno sarebbe riuscito a decifrarli..

BEATRICE CENCI

Il più famoso fantasma di Roma è quello di una giovane dama, appartenuta a una delle potenti famiglie tardo-rinascimentali. Si dice che compaia nella notte fra il 10 e l’11 settembre, lungo il ponte che conduce a Castel Sant’Angelo.

La sua storia ha ispirato dipinti, tragedie e romanzi.

Beatrice era la figlia di Francesco Cenci, un nobile, a cui il temperamento violento e la condotta immorale in più di un’occasione avevano causato problemi con la giustizia papalina. Con loro vivevano anche Giacomo, fratello maggiore di Beatrice, la seconda moglie di Francesco, Lucrezia Petroni, e Bernardo, il ragazzo nato dalle sue seconde nozze.   Perfino fra le pareti domestiche Francesco Cenci si comportava come un bruto. Maltrattava la moglie e i figli, ed era arrivato al punto di avere rapporti incestuosi con Beatrice. Era stato in prigione per altri crimini commessi, ma grazie alla benevolenza con cui i nobili venivano trattati, era stato scarcerato assai presto.   

La giovane aveva tentato di informare le autorità dei frequenti abusi, ma ciò non aveva avuto alcun seguito, sebbene chiunque a Romai fosse a conoscenza di che tipo di persona era Francesco Cenci. Una volta scoperto che la figlia l’aveva denunciato, aveva cacciato Beatrice e Lucrezia via da Roma, confinandole nel castello di famiglia, in provincia.

In preda all’esasperazione, i quattro Cenci non trovarono alternativa al tentativo di eliminare Francesco, e tutti insieme organizzarono un un piano.    Nel 1598, durante uno dei soggiorni di Francesco al castello, due vassalli (uno dei quali era divenuto l’amante segreto di Beatrice) li aiutarono a drogare l’uomo, infiggergli un lungo chiodo in un occhio e poi nella gola, e infine nascondere il cadavere.  Ma per qualche ragione la sua assenza venne notata, e le guardie del papa tentarono di fare luce su quanto era accaduto. L’amante di Beatrice fu torturato, e morì senza rivelare la verità. Nel frattempo, un amico di famiglia, a conoscenza dei fatti, ordinò l’uccisione del secondo vassallo, per evitare alcun rischio. La congiura venne ugualmente scoperta, e i quattro membri della famiglia Cenci furono arrestati, giudicati colpevoli, e condannati a morte.

Il popolo della nostra Capitale, che sapeva dei retroscena del delitto, si sollevò contro la decisione del tribunale, ottenendo una breve proroga dell’esecuzione. Ma il papa Clemente VIII, nonostante il nome che portava, non mostrò affatto pietà: così l’11 settembre 1599, all’alba, tutti e quattro i membri della famiglia furono condotti a Ponte Sant’Angelo, dove veniva alzato il patibolo per le esecuzioni pubbliche. Si mossero dalle due prigioni di Corte Savella (dov’erano rinchiuse le due donne) e di Tor di Nona (dove avevano condotto i due fratelli), entrambe malfamate e temute per il trattamento disumano che riservavano ai detenuti. In via di Monserrato, sull’antico sito della prima delle due carceri, oggi scomparsa, nel 1999 il Comune di Roma pose una targa a ricordo del 500° anniversario della morte di Beatrice.

Su Ponte Sant’Angelo, dove si dice che appaia lo spettro di Beatrice Lungo il tragitto verso il patibolo Giacomo fu torturato con tenaglie arroventate. Giunti al sito dell’esecuzione, Lucrezia fu decapitata con una spada. Fu poi il turno di Beatrice a finire sul ceppo del boia.

Infine Giacomo venne colpito alla testa con un colpo di maglio, che probabilmente l’uccise; ma poi con lo stesso strumento venne squartato e le sue membra dilaniate furono appese ai quattro angoli del patibolo, dove rimasero in mostra per l’intero giorno. Solo il giovane venne risparmiato, ma anch’egli fu condotto sul luogo del supplizio per assistere al destino toccato ai parenti, prima di essere riportato in carcere e di subire la confisca delle sue proprietà.

Il popolo di Roma elesse Beatrice simbolo della resistenza contro l’arroganza dell’aristocrazia, ciò che ancora oggi, alla vigilia del giorno della sua esecuzione, ne riporta sul ponte il fantasma con in mano la propria testa recisa.

MURO TORTO

Quelle imponenti mura, fatte di tessere di tufo in opera reticolata, che costeggiano ed hanno sempre costeggiato i verdeggianti giardini di Villa Borghese, furono volute dall’imperatore Aureliano. La finalità delle stesse fu quella di contenere, con la costruzione di possenti muraglioni, eventuali frane che, dirompenti, si sarebbero potute abbattere sui giardini delle ricche ville delle famiglie romane.

Rimanendo nel solco di una tradizione tra leggenda e realtà, si narra che, in un’area tra l’attuale piazza del Popolo e via Margutta, sorgesse la villa dei Domizi. Si dice che il cadavere di Nerone, appartenente a quella famiglia, avvolto in bianche coperte intessute d’oro, veniva bruciato e sepolto dalle nutrici e dalla sua concubina Atte, per esser poi riposto in un sarcofago di porfido, nel mausoleo situato nei giardini di quella villa. E, nel 1099, Papa Pasquale II faceva costruire, nella zona, una singolare cappella (che diverrà poi la Chiesa di S. Maria del Popolo) col dichiarato scopo di esorcizzare il fantasma di Nerone che i passanti vedevano, agonizzante ed urlante, vagare attorno al suo sepolcro.

Dal Medioevo e fino a tempi relativamente recenti, nel terreno antistante il Muro Torto, venivano seppelliti i giustiziati, i morti senza pentimento e tutti coloro che esercitavano mestieri ritenuti, allora, non onorevoli come i ladri, le prostitute che non s’erano pentite prima di morire, i saltimbanco e coloro che esercitavano un’attività teatrale come gli attori. Nel 1825 vi furono sepolti Leonida Montanari e Angelo Targhino, affiliati alla Carboneria e decapitati dalla ghigliottina pontificia di Piazza del Popolo. Sembra che ogni notte i fantasmi dei due passeggino, ancora, sul muro con la testa insanguinata in mano. Alzando lo sguardo incontriamo alla sommità del muro travi di ferro sporgenti. Sostenevano, fino a poco tempo fa, una rete metallica, installata negli anni trenta, quando il muraglione era frequente meta di disperati che si gettavano giù dai giardini del Pincio.

Tutte le leggende riportate sembrano avere, forse, più forza e suggestione anche grazie al fatto che, sotto il Muro Torto, passa una strada, le cui caratteristiche, date dalla tortuosità della stessa, ne fanno un luogo ideale per incidenti e panne agli automezzi, perpetuando così, nel tempo e nei secoli, la leggenda di luogo carico di ombre.

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