MASTRO TITTA

Vero nome Giambattista Bugatti, è stato il penultimo boia di Roma ed ebbe una carriera che durò per ben 68 anni, dal 1796 al 1864. Nessun altro boia in nessun altro paese e tempo lo ha mai uguagliato. Si dice che ami passeggiare, alle prime luci dell’alba, intabarrato nel manto scarlatto da “lavoro” nei luoghi dove ha eseguito le sentenze, ossia ai Cerchi (davanti la chiesa di S. Maria in Cosmedin), al Popolo (Piazza del Popolo) e, soprattutto, al Ponte (piazza di ponte S. Angelo), dove è possibile vederlo davanti un’antica abitazione sita all’angolo tra Via Paola e Lungotevere degli Altoviti. Si dice anche che, a volte, offra una presa di tabacco a colui che incontra.

Ricordiamo, per inciso, che la tabacchiera, come il manto sono entrambi conservati al Museo Criminologico di  Via Giulia e che una presa di tabacco Mastro Titta la offriva ai condannati poco prima di essere giustiziati.

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BEATRICE CENCI

Il più famoso fantasma di Roma è quello di una giovane dama, appartenuta a una delle potenti famiglie tardo-rinascimentali. Si dice che compaia nella notte fra il 10 e l’11 settembre, lungo il ponte che conduce a Castel Sant’Angelo.

La sua storia ha ispirato dipinti, tragedie e romanzi.

Beatrice era la figlia di Francesco Cenci, un nobile, a cui il temperamento violento e la condotta immorale in più di un’occasione avevano causato problemi con la giustizia papalina. Con loro vivevano anche Giacomo, fratello maggiore di Beatrice, la seconda moglie di Francesco, Lucrezia Petroni, e Bernardo, il ragazzo nato dalle sue seconde nozze.   Perfino fra le pareti domestiche Francesco Cenci si comportava come un bruto. Maltrattava la moglie e i figli, ed era arrivato al punto di avere rapporti incestuosi con Beatrice. Era stato in prigione per altri crimini commessi, ma grazie alla benevolenza con cui i nobili venivano trattati, era stato scarcerato assai presto.   

La giovane aveva tentato di informare le autorità dei frequenti abusi, ma ciò non aveva avuto alcun seguito, sebbene chiunque a Romai fosse a conoscenza di che tipo di persona era Francesco Cenci. Una volta scoperto che la figlia l’aveva denunciato, aveva cacciato Beatrice e Lucrezia via da Roma, confinandole nel castello di famiglia, in provincia.

In preda all’esasperazione, i quattro Cenci non trovarono alternativa al tentativo di eliminare Francesco, e tutti insieme organizzarono un un piano.    Nel 1598, durante uno dei soggiorni di Francesco al castello, due vassalli (uno dei quali era divenuto l’amante segreto di Beatrice) li aiutarono a drogare l’uomo, infiggergli un lungo chiodo in un occhio e poi nella gola, e infine nascondere il cadavere.  Ma per qualche ragione la sua assenza venne notata, e le guardie del papa tentarono di fare luce su quanto era accaduto. L’amante di Beatrice fu torturato, e morì senza rivelare la verità. Nel frattempo, un amico di famiglia, a conoscenza dei fatti, ordinò l’uccisione del secondo vassallo, per evitare alcun rischio. La congiura venne ugualmente scoperta, e i quattro membri della famiglia Cenci furono arrestati, giudicati colpevoli, e condannati a morte.

Il popolo della nostra Capitale, che sapeva dei retroscena del delitto, si sollevò contro la decisione del tribunale, ottenendo una breve proroga dell’esecuzione. Ma il papa Clemente VIII, nonostante il nome che portava, non mostrò affatto pietà: così l’11 settembre 1599, all’alba, tutti e quattro i membri della famiglia furono condotti a Ponte Sant’Angelo, dove veniva alzato il patibolo per le esecuzioni pubbliche. Si mossero dalle due prigioni di Corte Savella (dov’erano rinchiuse le due donne) e di Tor di Nona (dove avevano condotto i due fratelli), entrambe malfamate e temute per il trattamento disumano che riservavano ai detenuti. In via di Monserrato, sull’antico sito della prima delle due carceri, oggi scomparsa, nel 1999 il Comune di Roma pose una targa a ricordo del 500° anniversario della morte di Beatrice.

Su Ponte Sant’Angelo, dove si dice che appaia lo spettro di Beatrice Lungo il tragitto verso il patibolo Giacomo fu torturato con tenaglie arroventate. Giunti al sito dell’esecuzione, Lucrezia fu decapitata con una spada. Fu poi il turno di Beatrice a finire sul ceppo del boia.

Infine Giacomo venne colpito alla testa con un colpo di maglio, che probabilmente l’uccise; ma poi con lo stesso strumento venne squartato e le sue membra dilaniate furono appese ai quattro angoli del patibolo, dove rimasero in mostra per l’intero giorno. Solo il giovane venne risparmiato, ma anch’egli fu condotto sul luogo del supplizio per assistere al destino toccato ai parenti, prima di essere riportato in carcere e di subire la confisca delle sue proprietà.

Il popolo di Roma elesse Beatrice simbolo della resistenza contro l’arroganza dell’aristocrazia, ciò che ancora oggi, alla vigilia del giorno della sua esecuzione, ne riporta sul ponte il fantasma con in mano la propria testa recisa.