PIAZZA SAN PIETRO IN VICOLI

In una fredda notte d’inverno di alcuni anni fa ad un nottambulo capitò di vivere un’esperienza a dir poco inquietante: stava per imboccare la salita di S. Francesco di Paola, accanto a piazza San Pietro in Vincoli, quando gli sembrò di sentire un lamento provenire dalla piazza davanti a sé, poi silenzio.
Era appena entrata nella via, quando, questa volta alle spalle, sentì senza ombra di dubbio il rumore di un carro che si avvicinava a tutta velocità. Istintivamente si scansò, ma, benché il fragore lo superasse per svanire in fondo alla via, non vide assolutamente nulla.
Ma non era ancora finita: di nuovo udì, proveniente sempre dal centro della strada, il lamento di prima e poi, finalmente, tornò, profondo, il silenzio.
A questo punto, chiunque se ne sarebbe andato in tutta fretta, ma non così fece il nostro nottambulo, il quale si avvicinò al luogo da dove era venuto il lamento e non vide nulla, solo una grande pozza d’acqua, in cui inavvertitamente mise i piedi. Tornato a casa, nel levarsi le scarpe, le vide tutte sporche di sangue.
Una possibile spiegazione: Via San Francesco di Paola corrisponde al Vicus scelestus (Vicolo scellerato), di epoca romana. La tradizione racconta che in quel luogo la moglie di Tarquinio il Superbo, Tullia, vide riverso in terra il corpo del padre, Servio Tullio, appena ucciso dal marito e in segno di odio e disprezzo, non placa di essere stata l’istigatrice della sua morte, lo travolse anche con il suo carro, sporcando le ruote e le vesti del sangue paterno.

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L’ISOLA TIBERINA

Una tradizione antica vuole che l’Isola Tiberina, a Roma, sorga sui resti di una nave, mentre altre storie raccontano di come l’isola sia il risultato del grano di Tarquinio il Superbo, gettato dai romani nel fiume dopo la cacciata del re.

Tito Livio, invece, racconta che su questo grumo di terra si sarebbe rifugiato il serpente sacro ad Esculapio, dio della medicina, che era arrivano a Roma dalla sua patria, Epidauro. In questa cittadina greca i romani avrebbero mandato, nel 293 a.C., una delegazione il cui compito era di ottenere vaccini per scongiurare una grave pestilenza che stava affliggendo l’Urbe. Il serpente era stato consegnato alla delegazione proprio dai sacerdoti di Esculapio. Giunto in prossimità della città, il rettile si tuffò in acqua e sparì ben presto tra la folta vegetazione che occultava l’isola.

Superstiziosi com’erano, i romani interpretarono il segno come una specifica volontà divina: quella di Esculapio di avere un tempio proprio, dove esercitare l’arte medica, proprio sull’isola in mezzo al Tevere.

E così, da una leggenda, nacque la lunga tradizione dell’Isola Tiberina di ospitare luoghi di cura e di alleviamento delle umane sofferenze.