LA MIRA DELLA REGINA

Lungo la discesa che conduce al viale panoramico di Trinità dei Monti ci si imbatte nella maestosa Villa Medici. Prima del cancello, sulla sinistra, vi é una colonna con un’iscrizione a ricordo di Galileo Galilei, tenuto lì prigioniero dal 1630 al 1633 per ordine della Santa Inquisizione.

 

In quel periodo la villa era di proprietà dei Granduchi di Toscana. La facciata é rimasta immutata fino ad oggi. Ciò che é cambiato é la fontana antistante il piazzale principale. Originariamente vi era l’effige del giglio di Firenze, sostituito incredibilmente da una palla di cannone. Infatti la regina Cristina di Svezia, in visita a Roma, annoiata dai numerosi obblighi diplomatici, manifestò il desiderio di provare l’ebbrezza di sparare da uno dei cannoni di Castel Sant’Angelo. Come non soddisfare i capricci di una regina? Ma Cristina, invece di mirare prudentemente verso il cielo, si divertì a sparare all’impazzata ed uno dei suoi colpi sfondò il portone della Villa. Ad eterno ricordo della mira alquanto “erratica” di Sua Maestà la palla fu posta al centro della fontana

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LA NEVE D’AGOSTO

La basilica di Santa Maria Maggiore é nota anche come Santa Maria della Neve (ad nives) per via di una leggenda risalente al 352.

Tra il 4 e il 5 agosto di quell’anno la Madonna apparve contemporaneamente a Papa Liberio e al nobile romano Giovanni Patrizio, chiedendo loro di erigerle un tempio nel luogo in cui la mattina seguente avrebbero trovato neve fresca.

All’inizio credettero si fosse trattato di un’allucinazione. Come dar loro torto? Da queste parti non nevica d’inverno, figuratevi d’estate.

Invece, proprio quella notte ci fu una grande nevicata al centro di Roma, sul colle Cispio all’Esquilino. Per celebrare il prodigio fu costruita in quella zona la basilica più grande e magnifica di quelle dedicate alla Madonna, Santa Maria Maggiore.

Ancora oggi, ogni 5 agosto, nella cappella dedicata alla vergine, una nevicata di petali di fiori bianchi ricorda il miracolo da cui sorse la basilica.

PIAZZA DEL POPOLO E LA TOMBA DI NERONE

A piazza del Popolo, di fronte alle chiese “gemelle” sorge la chiesa di Santa Maria del Popolo. Relativamente all’etimologia del nome “Popolo” gli studiosi hanno proposto diverse interessanti teorie. 

Secondo l’opinione di molti il nome deriverebbe dall’epoca imperiale, quando Nerone fece piantare in quella zona un boschetto di pioppi. Il nome “Popolo” deriverebbe quindi dal latino popolus, ovvero pioppo. Alcuni però obiettano che il pioppo non era ancora conosciuto a Roma all’epoca di Nerone.
Nei secoli si diffuse un’altra teoria, più folcloristica, sempre legata a Nerone. Secondo i racconti medievali, l’imperatore fu sepolto al centro della piazza ed in suo ricordo era stato piantato un albero di noce. Le ossa di Nerone attiravano spiriti e demoni che, nel corso della notte, spaventavano i romani residenti nei paraggi.
La zona era considerata dannata e quando il flagello divenne intollerabile il popolo chiese aiuto al Papa. Era il 1099, il Pontefice Pasquale II prescrisse come misura curativa tre giorni di digiuno. Egli si ritirò a pregare in clausura e durante una veglia gli apparve la Madonna che gli suggerì la soluzione: l’unico modo per liberare la zona dai demoni era abbattere il noce, disseppellire Nerone, bruciare le ossa e disperderle nel Tevere.
La terza domenica dopo i tre giorni di digiuno Pasquale II fece quanto suggerito dalla Vergine, liberando per sempre la piazza dagli spiriti demoniaci. Su richiesta del popolo, dove prima sorgeva l’albero di noce, sorse una cappella commemorativa dedicata a Maria.
Nel 1472 Papa Sisto V la sostituì con l’attuale chiesa, che prese il nome di Santa Maria del Popolo (dal latino populus = popolo) in ricordo della volontà del popolo che si era prodigato per avere un santuario che ricordasse l’allontanamento dei demoni.
Curioso anacronismo sull’arco che sovrasta l’altare maggiore: in uno dei bassorilievi é ritratto Papa Pasquale II che abbatte l’albero di noce circondato dalle guardie svizzere, nonostante la Guardia Svizzera sia stato istituita solo 400 anni dopo, nel 1505

IL PULCIN DELLA MINERVA ED IL FURTO SVENTATO

Nel 1666 si decise di spostare un obelisco, il più piccolo di quelli giunti dall’Egitto, dal convento dei Domenicani a piazza della Minerva. La piazza non era nuova ad ingerenze egizie, al tempo dell’impero aveva ospitato la comunità discendente dei faraoni. Il caso volle che il piccolo obelisco fosse dedicato alla dea Neith, l’equivalente egizio della Minerva romana, anche se il nome Minerva deriva dalla statua eretta da Pompeo in onore di Minerva Calcidica (oggi in Vaticano).
Il basamento fu commissionato al Bernini che stupì tutti ancora una volta per la sua fantasia. L’artista collocò il monolite in groppa ad un elefantino, piccolo e grassotello, somigliante più a un porcello che a un pachiderma. Il popolino infatti lo ribattezzò “porcin della Minerva”, successivamente trasformato in “pulcin”.
Nel 1946 Roma rischiò seriamente di perdere quest’opera. Un furbacchione riuscì a venderlo ad un ufficiale americano delle truppe d’occupazione che se ne era innamorato (altro che Totò e la fontan di Trevi). Il compratore inviò squadre di soldati ed un camion per smontarlo e trasportarlo in America. Il portiere del palazzo di fronte però s’incuriosì ed avvertì tempestivamente le autorità che riuscirono a fermare il “trasloco”, tra le veementi proteste dell’americano gabbato.
Costui non si arrese ed escogitò uno stratagemma. Assunse un gruppo di operai per spostare l’elefante, spiegando loro che andava trasferito per consentirne il restauro. I lavori cominciarono e i romani vi passavano davanti senza insospettirsi, sembrava uno dei tanti cantieri aperti in città. L’americano però, oltre a non essere furbo, era anche sfortunato. Quando gli operai avevano quasi liberato la base dell’obelisco si presentò una squadra comunale con l’incarico di rifare il selciato proprio a piazza della Minerva. L’americano, colto in fallo per la seconda volta, rispose in modo evasivo alle richieste di spiegazioni e, approfittando dei favori delle tenebre, si diede alla macchia.
Chissà dove sarebbe ora il “pulcin della Minerva” senza questi provvidenziali interventi…

LA RANA LATITANS E L’ORIGINE DEL TOPONIMO SAN GIOVANNI IN LATERANO

Che Nerone fosse un personaggio stravagante e originale è cosa nota a tutti. Certe leggende però superano di gran lunga la più fervida immaginazione.

Nel Medio Evo si narrava che il più grande cruccio di Nerone fosse il non poter partorire un figlio, così un giorno ingiunse ai medici di scoprire una cura miracolosa per favorire una sua gravidanza. Costoro, per evitare l’ira dell’imperatore e la conseguente condanna a morte, gli fecero ingerire nientemeno che un girino. Il girino crebbe nello stomaco e divenne una rana, successivamente “partorita” (chissà se dopo nove mesi o prima) dall’imperatore per mezzo di una potentissima purga.

Per festeggiare il lieto evento Nerone organizzò una grande parata. La rana venne posta su un carro d’oro e d’argento e fatta girare per Roma, scortata da una nutrice e da quindici nobili. I cittadini dell’Urbe s’inchinavano al passaggio del carro, venerando la rana come l’imperatore.

Tutto filò liscio finché il corteo raggiunse le rive del Tevere. La ranocchia, evidentemente non felice delle sue origini patrizie, sentì il richiamò dell’acqua. Con un balzo si tuffò nel fiume e riabbracciò il suo habitat naturale, scomparendo per sempre. Nerone non gradì l’abbandono del tetto paterno e si vendicò condannando a morte la nutrice ed i figli dei quindici nobili di scorta, colpevoli di non aver fermato la rana. I nobili però si ribellarono ed uccisero l’imperatore.

Per ricordare il fatto fecero erigere il Laterano, che trae il nome dalla “latitans rana”, ovvero dalla rana fuggitiva.
Sull’origine del toponimo Laterano, su cui oggi sorge la basilica di San Giovanni, sembra più plausibile un’altra vicenda. Secondo fonti storiche dell’epoca l’appellativo deriverebbe dall’originario proprietario di quelle terre, Plauzio Laterano, a cui furono confiscate in seguito alla sua partecipazione alla congiura dei Pisoni. Successivamente furono restituite al console Sesto Laterano ed infine donate da Costantino a Papa Milziade.

PALAZZO ALTIERI E LA CASA DELLA VECCHIETTA

Se vi capita di passare nei pressi di palazzo Altieri, soffermatevi alcuni istanti sul lato che si affaccia in via Santo Stefano del Cacco. Noterete una stretta porticina e due piccole finestre che contrastano col resto della struttura. Non si tratta di una clamorosa svista dell’architetto Giovanni Antonio De Rossi che ne curò i lavori, ma di un episodio assai curioso.

Nel 1650 la famiglia Altieri decise di erigere in piazza del Gesù, all’intersezione con via del Plebiscito, un palazzo che rappresentasse la nobiltà del casato. I molti edifici già presenti, poveri o ricchi, furono sacrificati per lasciar spazio alla nuova residenza signorile. Il principe non badò a spese, acquistò tutte le case che intralciavano il suo progetto e le fece abbattere.

Tutte tranne una. Una vecchia signora, vedova di un calzolaio, non ne volle sapere di rinunciare alla sua modesta dimora e declinò tutte le generose offerte di acquisto. Il principe Altieri le provò tutte: preghiere, minacce, arrivò anche ad offrirle il triplo del valore della casa. La vecchia fu irremovibile, lei era nata lì e lì sarebbe morta.

All’epoca non esistevano ordini di sfratto né espropriazioni per pubblico interesse, di conseguenza i lavori di costruzione subirono un brusco stop con una notevole perdita di denaro. Per risolvere la questione la nobile famiglia si appellò al Papa ed il pontefice sancì che il nuovo palazzo sorgesse rispettando l’abitazione della vecchia.

L’architetto De Rossi fu così costretto ad incorporare l’umile casetta alla maestosa costruzione principesca, lasciandogli l’esposizione sulla strada ed un accesso indipendente. Il principe Altieri, a malincuore, sovvenzionò anche le spese per la ristrutturazione della casetta in modo che non stonasse col resto del palazzo. Nonostante ciò le differenze sono ancora oggi visibili ad un occhio attento. Quando vi troverete da quelle parti, dedicate un pensiero a quella povera vedova che, da sola, seppe contrastare una delle più importanti famiglie dell’epoca.

UN PREZIOSO BIGLIETTO DA VISITA

Nel corso dei secoli Roma ha ospitato moltissimi grandi artisti. Non sempre però i rapporti tra loro sono stati idilliaci. Al tempo in cui Raffaello affrescava la Farnesina era talmente geloso della propria opera che non consentiva a nessuno di entrare nella sala.

In quel periodo nella capitale viveva un altro “discreto” pittore, un tal di nome Michelangelo. Questo Michelangelo era talmente incuriosito dall’opera del rivale che elaborò un piccolo stratagemma per osservare l’affresco. Si travestì da venditore ambulante e si piazzò davanti alla Farnesina esponendo mercanzia di poco valore.

Dopo l’interesse iniziale la gente prese ad ignorare quel povero straccione, tanto che, vedendo Raffaello uscire dal palazzo, Michelangelo riuscì ad intrufolarsi dentro eludendo la sorveglianza dei custodi.

All’interno, però, non si limitò solo ad ammirare l’affresco. Prese un pezzo di carbone e disegnò sulla parete una bellissima testa. Subito dopo uscì soddisfatto di se stesso.

Quando Raffaello tornò per riprendere il lavoro rimase sbigottito nel vedere quella testa così viva e perfetta. Superata la sorpresa non ebbe dubbi e riconobbe la mano di Michelangelo. Invece di rimproverare il custode per la sua distrazione decise che un tale capolavoro andava preservato ed ordinò che non venisse toccato per nulla al mondo.

Ancora oggi la testa è visibile alla Farnesina. Si tratta di un disegno a carbone custodito nella sala della Galatea. I lineamenti del viso non lasciano dubbi circa la paternità, anzi rappresentano un preziosissimo biglietto da visita.

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