GLI INGRESSI DI AGHARTI

Gli ingressi alle gallerie che portano a Shamballah, la capitale di questo regno, sono occultati in luoghi strategici e isolati per impedirne l’accesso ai curiosi.

Ce ne sarebbero molti nascosti sotto le acque degli oceani, dei laghi, o tra i pendii in alta montagna. Ve ne sarebbero alcuni in Brasile, nella fitta foresta che circonda il Rio delle Amazzoni (le cui entrate sarebbero protette da indios dagli atteggiamenti tutt’altro che amichevoli), o in Siberia, nel deserto del Gobi.

Addirittura, vi sarebbe un’entrata, ancora inviolata, a pochi metri di profondità, tra le gambe della Sfinge, in Egitto. Il collegamento tra questo mondo e Atlantide sarebbe provato anche da alcune prove concrete, quali, ad esempio, il fatto che tredici geroglifici egiziani siano simili per forma e significato a tredici geroglifici Maya ed il fatto che vi siano raffigurati degli elefanti sulle antiche rocce del centro America, animali sconosciuti da quelle parti.

Atlantide potrebbe essere stato il collegamento tra questi due grandi regni. Inoltre, impressionante è la somiglianza tra certi aspetti della religione egizia e quella delle popolazioni americane. Garcilaso, figlio di un conquistatore spagnolo e di una indios americana, agli inizi del ‘500 si trasferì in Spagna e costituì una fornita biblioteca. Scrisse i seguito dei trattati in cui rivalutava la religione degli Incas, accostandola anche al neoplatonismo degli europei. Sottolineò il fatto che, così come le antiche popolazioni del mediterraneo, gli Incas adorassero il disco solare.

Ma, questa non è l’unica analogia. È noto, ad esempio, che la pratica della mummificazione era propria degli egizi così come degli Aztechi, o dei Maya. Inoltre, se guardiamo l’architettura di questi popoli, notiamo come fosse diffusa la forma piramidale nel mondo antico, sia in America che in Egitto. Si tratta solo di coincidenze? No, Atlantide sopravvisse ancora, per secoli e secoli, nella cultura di queste popolazioni dell’antichità, e oltre. Sopravvisse forse anche nei romanzi cavallereschi inerenti Artù e i cavalieri della tavola rotonda. Alla sua morte, Artù venne trasportato sulla mitica isola di Avalon, da cui farà ritorno un giorno non ben precisato.

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LA LEGGENDA DI AGHARTI

Secondo la tradizione induista, esiste un grande regno sotterraneo, chiamato Agharti (in sanscrito “l’inaccessibile”). Qui dimorerebbe il Re del Mondo, colui che, da Shamballah, la capitale di questo grande luogo mitico, domina le menti dei grandi, dei re, degli imperatori e dei presidenti di tutto il mondo. Qui, vivono esseri superiori, da tempo immemorabile.

Shamballah, che dovrebbe trovarsi in profondità, sotto il deserto del Gobi, in Asia, è solo il centro di questo grande regno, che dovrebbe estendersi, attraverso un’immensa rete di gallerie, sotto tutta la superficie del globo, collegando tra loro i diversi continenti.

Agharti è questo, un’estesissima rete di gallerie sotterranee. Ma la leggenda ci dice anche che non a tutti è concesso accedervi. Solo pochi prescelti possono recarvisi, sotto diretto invito “spirituale” del Re del Mondo. Una di queste persone che ebbe tale onore fu madame Blavatsky, una medium, fondatrice agli inizi del ‘900 della Theosophical Society. Fu lei una delle prime in occidente a parlare di Agharti. Lei ebbe l’onore di visitare il mondo sotterraneo e di ritornare in superficie per raccontare la sua avventura. Ma non fu l’unica. probabilmente anche Dante Alighieri fu uno di questi prescelti e la “Divina Commedia” non fu solo frutto della sua fantasia, ma di un viaggio davvero compiuto, probabilmente romanzato dall’autore per non rivelare troppo esplicitamente ciò che aveva visto. Infatti, un alone di segretezza aleggia su questo interessante mito.

In molti cercarono di raggiungere Agharti, ma è molto difficile, se non impossibile, accedervi quando non si è stati invitati. Tale impresa, più volte, a portato solo alla morte. Perfino Adolf Hitler si interessò a tale mito e mandò ben quattro spedizioni in Asia.

Nessuna fece mai ritorno. Soltanto l’ultima riuscì a trovare delle gallerie ed a comunicarlo al fuhrer,

prima di svanire anch’essa nel nulla.

Nel 1947, Richard Evelyn Byrd, un ammiraglio americano in esplorazione del Polo Sud, trovò per puro caso tracce di questa civiltà ed ebbe un importante contatto con gli abitanti del luogo (descritto nel suo diario), che si presentarono a lui col nome di “Arianni”. Questi si mostrarono preoccupati per la nostra razza, in quanto, da poco tempo erano state fatte esplodere le prime bombe nucleari su Hiroshima e Nagasaki. Ci furono anche altre persone che trovarono casualmente un ingresso ad Agharti, ma nella maggior parte dei casi, o non tornarono indietro, o tornarono con la lingua mozzata, per non poter rivelare ciò che avevano potuto vedere. Abbiamo anche il diario di un altro esploratore che trovò un ingresso per la mitica rete di gallerie nella foresta Amazzonica. Tale ingresso era situato vicino ad una vallata ove si trovavano alte colonne sulla cui sommità erano

disposte delle grandi sfere capaci di emettere una luce perenne. Ma non gli fu permesso di accedervi, a causa dell’ostilità di una misteriosa tribù di feroci indios pigmei, 2custodi dell’ingresso al mondo sotterraneo.

Il mistero di Agharti si infittisce sempre di più. Di un misterioso regno se ne parla anche nel medioevo.

Intorno al XII/XIII secolo si parla di un leggendario Prete Gianni, sovrano di un altrettanto leggendario regno, collocato, a seconda delle diverse versioni, in Asia, in Etiopia, in Africa…

Questo sovrano, si dice, ebbe relazioni epistolari con alcuni grandi del tempo, come ad esempio il bizantino, Manuele Comneno e avrebbe comandato un grande esercito, come mai se n’erano visti. Nel suo mondo si sarebbe trovata, tra le altre meraviglie, la fontana dell’eterna giovinezza… Ma questa storia rimase per sempre avvolta dal mistero e dalla leggenda e non trovò mai conferma.

Gengis Khan, il grande sovrano mongolo, nel XIII secolo, si dice, ricevette perfino un dono dal re del Mondo. Esisterà mai questo grande regno? Per molti, Shamballah non è altri che un mondo di pace, dove è possibile essere davvero tutt’uno con l’universo, lontano dai condizionamenti della società moderna. Shamballah è un ritorno ai primordi, a quando l’uomo era tutt’uno con la natura e il “tutto”. Quindi, assume un significato più spirituale. Ma di certo, nessuno ancora può dire cosa sia Agharti. Se realtà, o soltanto un’utopia, una suggestiva fantasia.

L’ISOLA DI PASQUA

L’Isola di Pasqua è una piccola isola sperduta nell’Oceano Pacifico, distante circa 1600 Km dal più vicino luogo abitato e quasi 4000 Km dalle coste del Cile. Ha una popolazione di 2000 abitanti e politicamente appartiene allo stato cileno. La sua superficie è di soli 162 Kmq. Teoricamente venne scoperta nel 1686 ma fu soltanto nel giorno di Pasqua (da cui il nome dell’isola) che l’ammiraglio olandese Jacob Roggeveen effettuò la prima esplorazione ufficiale, sfidando peraltro i bellicosi indigeni.

Quando l’esploratore olandese sbarcò sull’Isola, gli indigeni versavano in condizione di quasi completa indigenza, erano sulla soglia dell’estinzione, dediti al cannibalismo, e vivevano tra le rovine dei grandi Moai, completamente distrutti o parzialmente abbattuti.

Un’isola che doveva essere rigogliosa, ricoperta di lussureggiante vegetazione, si presentava invece come una piana desolata, costituita per lo più da aride praterie, cespugli di felci, poca erba stentata, ed rarissimi alberi non più alti di tre metri.

Queste ed altre incongruenze nel corso dei secoli scorsi hanno attirato l’attenzione degli studiosi che nel tentativo di ricostruire la storia misteriosa di quest’isola completamente isolata, i cui abitanti erano in possesso di una cultura non assimilabile con nessun’altra di quelle note o conosciute sull’intero pianeta, e che erano stati capaci di edificare sculture del peso di diverse tonnellate, per poi distruggerle, hanno dato vita a suggestive interpretazioni e teorie, affascinanti come leggende.

Al momento dello sbarco degli Olandesi gli unici animali selvatici presenti erano uccelli, gli abitanti si dedicavano stentatamente all’allevamento dei polli, non vi erano più di tremila abitanti sull’isola, le poche imbarcazioni presenti erano delle rudimentali canoe che non erano in grado di affrontare il mare aperto, mentre la stirpe locale fu chiaramente identificata dall’esploratore James Cook, giunto sull’Isola nel 1774, come di matrice polinesiana.

Questo apriva uno dei maggiori interrogativi, se gli abitanti erano solo tremila, e in possesso, a quanto pareva, di una cultura piuttosto approssimativa, come avevano fatto a costruire i Moai, lunghi oltre venti metri e pesanti più di 100 tonnellate l’uno, a inventare uno dei più sofisticati linguaggi ideografici che si conoscano, e a solcare i mari per giungere fino a lì dalla più vicina isola polinesiana che risultava essere distante ben 1850 chilometri? I polinesiani erano considerati inoltre navigatori estremamente evoluti ed esperti, capaci di costruire imbarcazioni complesse, in grado di tenere il mare aperto, capaci di veleggiare a grandi distanze, erano considerati, come gli etruschi e i vichinghi, il “popolo del mare”. Che fine avevano fatto allora le imbarcazioni originarie, che avevano condotto sul luogo i primi indigeni? Erano forse state distrutte in un impeto di furia, in una sorta di guerra civile, facendo la stessa fine dei Moai?

L’esploratore olandese, e in seguito Cook, appurarono che su quell’isola di origine vulcanica, dai fianchi scoscesi, dalle coste inospitali, non vi era traccia di nessun altro tipo di contatto proveniente dall’esterno, fino allo sbarco del 1722 nessun altro popolo era approdato su quella terra, tranne i polinesiani, che erano stati, forse in epoca antichissima, i primi originari colonizzatori.

I misteri non svelati sulla storia dell’Isola di Pasqua e gli interrogativi sollevati tenendo conto delle prime esplorazioni sono dunque moltissimi, non ultimo quello che circonda la costruzione, lo scopo, e la successiva barbarica distruzione delle suggestive statue dei Moai, i silenziosi guardiani dell’Isola.

I nativi narrarono agli olandesi che in origine, tutto attorno al perimetro dell’isola, si ergevano, su imponenti piattaforme denominate Ahu, più di 300 statue di Moai, mentre altre 700 erano state abbandonate ancora in fase di costruzione nelle cave di pietra, lontane dalla costa decine di chilometri.

Sembrava come se gli abitanti, colpiti da qualche tipo di calamità naturale, avessero sospeso immediatamente i lavori, abbandonando tutto nello stato in cui si trovava.

Se gli indigeni non disponevano di alberi a grande fusto, di liane, o di corde, di funi robuste, di vigorosi animali da tiro, come risultava dai sopralluoghi degli esploratori olandesi, come avevano fatto allora a trainare le gigantesche statue di pietra dalle cave di pietra fino alla costa?

Veniva a cadere in qualche modo la suggestiva ipotesi avanzata dagli studiosi sull’ingegnoso sistema delle slitte, o pattini, inserite sotto i grossi Moai, e costituite da grossi, enormi tronchi, che, come rulli, venivano fatti rotolare in un unico enorme tappeto rotante, fino alla costa.

Dove erano stati presi quei tronchi se sull’isola nel 1722 non c’erano praticamente alberi? E in assenza di animali da tiro o da soma, come avevano potuto quei pochi indigeni da soli riuscire a tanto? Con cosa erano state ricavate le liane e le funi che occorrevano per sollevare e trainare i Moai se sull’isola non erano state ritrovate che erba e felci?

 Qualcosa decisamente non tornava. Qual’era infine la vera storia dell’Isola di Pasqua?

Gli studiosi si sono dedicati più che attentamente a questo problema giungendo alfine, utilizzando tutti i moderni mezzi posti a disposizione della ricerca e dell’archeologia, a prospettare supposizioni che, se non sono dimostrabili, quanto meno risultano verosimili e perfettamente compatibili con le prove e le testimonianze, quindi attendibili e per di più in carattere con le precedenti esperienze di altri insediamenti umani.

Originariamente la popolazione dell’Isola di Pasqua mostrava un tessuto sociale e una compagine culturale notevolmente organizzati, le loro attività erano preminentemente tese, oltre che all’assicurazione dei viveri e delle risorse, alla costruzione dei giganteschi Moai di Pietra che per loro dovevano rivestire un fondamentale ruolo religioso o rituale.

Le terre erano fertili e le coltivazioni si trovavano nella zona meridionale e orientale, a settentrione e a occidente erano invece poste le pescose riserve di pesca, per praticare queste attività, assicurare e distribuire le risorse, e garantire la sopravvivenza della popolazione, compresi coloro che si occupavano attivamente, e a tempo pieno, solo della costruzione dei Moai, era sicuramente necessaria un tipo di organizzazione sociale perfezionata e assai sviluppata.

Negli anni Cinquanta il Norvegese Thor Heyerdahl propose addirittura la teoria che la popolazione dell’Isola di Pasqua fosse anticamente originaria della zona del lago Titicaca, situato tra la Bolivia e il Perù, a causa di alcune verosimili somiglianze tra le due culture, e per dimostrarlo costruì addirittura una zattera rudimentale, la leggendaria Kon Tiki, riuscendo a compiere l’intera traversata del Pacifico.

Tuttavia Cook nel 1774 ebbe modo di parlare con gli indigeni e riscontrò che la lingua da loro utilizzata era sicuramente appartenente al ceppo polinesiano, come polinesiani erano gli ami utilizzati per la pesca, e polinesiane erano le asce da loro utilizzate, molto simili a quelle rinvenute nelle isole Marchesi.

La dimostrazione inconfutabile giunse alfine nel 1994 quando l’esame del Dna dei resti umani ritrovati sull’Isola consentì di dimostrare definitivamente che gli abitanti originari erano decisamente di razza polinesiana.

L’esame di questi resti ha consentito di determinare anche il tipo di alimentazione che era basato su pollame, banane, patate dolci, canna da zucchero e gelso, tutti prodotti tipicamente in uso nella cultura polinesiana e in tutto il sud est asiatico.

Tuttavia ancora qualcosa non era stato spiegato. Perché venivano costruiti i Moai, da dove provenivano i tronchi necessari per il loro trasporto, come si era estinta la popolazione locale, e soprattutto chi o che cosa aveva quasi distrutto l’isola?

Dove non era riuscita l’archeologia, dove la paleontologia non aveva potuto arrivare, là giunse a risolvere ogni dubbio una nuovissima branca della scienza, la palinologia.

Attraverso lo studio dei pollini fossili, infatti, fu possibile ricostruire la vera storia dell’Isola di Pasqua.

Con la misurazione al radiocarbonio venne attestato che il periodo più antico di insediamento umano risaliva al periodo compreso tra il 400 e il 700 dopo Cristo, che coincideva con i calcoli stimati dai linguisti che esaminarono l’incredibile linguaggio ideografico, simile, ma molto più complesso, ai geroglifici egiziani.

Dunque la prima colonizzazione dell’Isola avvenne circa 1600 anni fa nel 400, e l’apice dello sviluppo si verificò tra il 1200 e il 1500, si calcola che in questo periodo gli abitanti fossero oltre 7.000 unità.

Andando ancora più indietro nel tempo lo studio dei pollini fossili ha consentito di appurare che inizialmente, almeno trentamila anni prima dell’insediamento umano, l’isola era ricoperta di alberi rigogliosi, e dalla tipica vegetazione subtropicale. Alla loro ombra cresceva fiorente ogni tipo di piante, c’erano gli alberi Hau Hau, da cui venivano ricavate le fibre per fabbricare funi e corde, il Toromiro, usato come legna da ardere, e strati antichissimi di polline rivelarono una fitta concentrazione di Palme.

Analizzando il sottosuolo poi si scoprì un’antica discarica, colma di scheletri di pesci ma, cosa sorprendente, in minima parte si trattava di pesci da sottocosta, e in massima parte i resti erano costituiti da uccelli marini, delfini, e pesci d’altura.

Era dunque definitivamente provato che per pescare gli indigeni dovevano necessariamente essere in possesso della tecnologia adatta per costruire imbarcazioni d’alto mare, canoe sofisticate e robuste, in grado di resistere alle grandi onde dell’oceano, di grandi dimensioni, e che si potevano costruire solo con i fusti delle Palme.

Questo confortò gli studiosi che già avevano ipotizzato che le zone costiere dell’Isola di Pasqua erano di gran lunga troppo fredde perché i pesci potessero sopravvivere nelle barriere coralline, e le pochissime zone con bassi fondali non avrebbero in alcun modo potuto garantire la sopravvivenza alla popolazione.

Ecco che piano piano il mistero si andava dipanando.

Dunque l’Isola di Pasqua una volta era un posto paradisiaco, i suoi abitanti sapevano navigare al largo, erano in grado di costruire arpioni, funi, strumenti da lavoro e imbarcazioni d’alto mare, esistevano le palme, gli alberi da legname e quelli per le fibre. Ma che fine aveva fatto tutto questo?

Lo studio del polline consentì di stabilire che il disboscamento progressivo avvenne intorno all’anno 800, gli esperti rinvennero negli strati di quel periodo le prime tracce di alberi carbonizzati, mentre a partire da quella data cominciarono a diminuire, fino a scomparire del tutto, le tracce dell’esistenza di Palme, mentre l’Hau Hau, indispensabile per la produzione delle funi, sopravvisse con rarissimi esemplari rachitici, di dimensioni troppo ridotte per ricavarne qualche cosa, e il Toromiro, che veniva usato per accendere il fuoco, era quasi completamente estinto allo sbarco degli olandesi.

Era ormai chiaro che qualcosa aveva pesantemente influito sul delicato ecosistema di un paradiso tropicale completamente isolato, compromettendo definitivamente lo sviluppo e la sopravvivenza della popolazione, ma che cosa?

Forse troppe Palme erano state tagliate, forse era stato consentito ai topi di danneggiare in maniera irreparabile i frutti della pianta, compromettendone la riproduzione, forse gli uccelli selvatici si stavano estinguendo e non contribuivano più a diffondere semi e polline, forse anche altre famiglie animali stavano impoverendosi, terminando con l’estinzione una storia vecchia di 1600 anni.

Si sa per certo che attorno all’anno 1500 scompaiono le tracce delle ossa di delfino, e si hanno le prove che subito dopo lo sfruttamento intensivo dei vivai di molluschi che prolificavano sottocosta condusse all’impoverimento delle risorse alimentari disponibili. La scomparsa degli alberi aveva reso impossibile costruire le canoe, senza canoe non era più pensabile praticare la pesca d’altura, senza resti di pesci di cui cibarsi gli uccelli migratori disertavano l’isola e non consentivano più con il loro intervento la riproduzione e l’impollinazione delle piante, contemporaneamente i topi crescevano di numero e si impossessavano, distruggendo ogni cosa, di tutte le risorse disponibili.

Fu in questo periodo che iniziò la distruzione dei Moai, forse l’uomo si era reso conto che proprio la loro insensata costruzione aveva causato il folle disboscamento origine della distruzione del patrimonio naturalistico dell’Isola.

Quando le ultime canoe esistenti si logorarono con l’uso e risultarono inservibili, non fu più possibile costruirne altre, allora gli indigeni si ritrovarono bloccati, loro malgrado, su quello che era stato un piccolo Paradiso Terrestre, nell’impossibilità di fuggire, o di allontanarsi, furono costretti a dar fondo alle uniche risorse disponibili, l’allevamento di pollame fu potenziato, le riserve di molluschi vennero presto esaurite, e in breve tempo non esisteva più alcuna possibilità di sostentamento per le oltre 8.000 persone che popolavano l’Isola di Pasqua, fu così che gli indigeni si divisero in due caste, gli intoccabili e i sacrificabili, si scatenò una sanguinosa guerra civile, e la popolazione iniziò le pratiche del cannibalismo, come testimoniano le tradizioni orali e i resti rinvenuti negli strati più recenti degli scavi archeologici.

L’eccessivo disboscamento, l’incremento della popolazione, l’estinzione delle principali risorse alimentari condussero a un mutamento dell’Ecosistema, l’erosione del suolo aumentò progressivamente, sole, pioggia e vento non venivano più filtrati dalle folte chiome degli alberi e colpivano duramente la terra inaridendola, le coltivazioni presto furono impossibili da praticare, le specie marine scomparvero da sotto costa, il pollame non era sufficiente a sfamare tutti, gli uccelli migratori non facevano più tappa sull’isola, il polline non si diffondeva, le piante non si moltiplicavano, i topi crescevano indisturbati di numero e si impossessavano di ogni risorsa, le sanguinose guerre civili, la carestia, le malattie e il cannibalismo decimarono la popolazione riducendo un paradiso terrestre a un inferno senza via di scampo.

IL MITO DEL CONTINENTE SOMMERSO “MU” 

Secondo appassionati e studiosi di miti e storie leggendarie, Mu era un grande continente in cui si sviluppò una raffinata civiltà, ma che fu sommerso oltre diecimila anni fa nel bel mezzo dell’Oceano Pacifico a causa di un terrificante cataclisma. Forse Mu fu antecedente alla stessa Atlantide, anch’essa scomparsa nel fondo dell’oceano Atlantico per un altro cataclisma.

Molti di questi ricercatori e appassionati di storie mitiche ritengono che l’attuale Isola di Pasqua sia ciò che resta del continente MU. L’Isola è di appena 76 Km2, vista dall’alto appare come un triangolo i cui vertici sono caratterizzati da tre crateri vulcanici spenti.

Nel 1969 un violento maremoto scaraventò sulle coste dell’isola due teste di pietra vulcanica di circa un metro e mezzo di diametro. Risultarono subito molto più antiche delle statue Moai presenti sulla terraferma e le loro fattezze erano molto diverse da quelle dei Moai oggi conosciuti. Una di queste teste è conservata nel piccolo museo dell’isola.

Questi due reperti restituiti dall’oceano per alcuni starebbero a dimostrare che in fondo al mare esistono vestigia di una terra sprofondata come vuole il mito di Mu. Una leggenda locale, poi, dice che il grande Hotu Matùa, re dell’isola di Pasqua, sarebbe fuggito da un regno vicino sommerso dal mare. Secondo l’esploratore e studioso inglese James Churchward, fu dal continente Mu che si irradiò la conoscenza e la cultura in tutto il mondo. In tutto questo di scientificamente appurato è che durante l’ultima grande glaciazione, terminata circa 10.000 anni fa, il livello dei mari del pianeta era di 120 metri più basso. Terminata l’ultima glaciazione i mari si portarono sull’attuale livello e inevitabilmente molte isole e terre finirono sott’acqua. Imponenti costruzioni recentemente sono state scoperte a 40 metri di profondità al largo dell’India nord-occidentale, a diverse miglia dalla foce del fiume Indo, stessa cosa a 50 metri di profondità al largo delle coste giapponesi. Dimostrazione concreta questa di come l’innalzamento del livello dei mari abbia cancellato città e distrutto civiltà.

I BUCHI DEL COLOSSEO

Osservando il Colosseo da vicino si possono notare innumerevoli buchi che costellano la struttura. Secondo la tradizione popolare derivano dal tentativo dei barbari di distruggere l’anfiteatro, simbolo della grandezza di Roma.
Quando gli invasori conquistarono l’urbe praticarono moltissimi fori nelle pareti e li riempirono di polvere da sparo con lo scopo di far saltare in aria il celebre monumento. Sforzo inutile, le fondamenta tennero ed il Colosseo rimase in piedi.
Da lì si diffuse la fama che il Colosseo fosse indistruttibile tanto che né i barbari né i successivi conquistatori osarono sfidarlo (vertici clericali esclusi). Da questo episodio nacque il detto romano: “Finché dura il Colosseo anche Roma durerà” ed essendo eterno il Colosseo di conseguenza è eterna anche la città.
Questa leggenda si basa su un piccolo anacronismo secondo il quale la polvere da sparo era già in uso presso le popolazioni barbare. Secondo un’opinione diffusa tra gli scienziati moderni, la storia non sarebbe così assurda perché il primo ad introdurre la polvere da sparo fu Gengis-Khan, che ne rivelò il segreto ai suoi prodi.
E i buchi? In realtà derivano dalle grappe che i romani usavano nelle costruzioni e che venivano rimosse e trasportate, in base alle necessità, dai vecchi ai nuovi edifici

LA MIRA DELLA REGINA

Lungo la discesa che conduce al viale panoramico di Trinità dei Monti ci si imbatte nella maestosa Villa Medici. Prima del cancello, sulla sinistra, vi é una colonna con un’iscrizione a ricordo di Galileo Galilei, tenuto lì prigioniero dal 1630 al 1633 per ordine della Santa Inquisizione.

 

In quel periodo la villa era di proprietà dei Granduchi di Toscana. La facciata é rimasta immutata fino ad oggi. Ciò che é cambiato é la fontana antistante il piazzale principale. Originariamente vi era l’effige del giglio di Firenze, sostituito incredibilmente da una palla di cannone. Infatti la regina Cristina di Svezia, in visita a Roma, annoiata dai numerosi obblighi diplomatici, manifestò il desiderio di provare l’ebbrezza di sparare da uno dei cannoni di Castel Sant’Angelo. Come non soddisfare i capricci di una regina? Ma Cristina, invece di mirare prudentemente verso il cielo, si divertì a sparare all’impazzata ed uno dei suoi colpi sfondò il portone della Villa. Ad eterno ricordo della mira alquanto “erratica” di Sua Maestà la palla fu posta al centro della fontana

LA NEVE D’AGOSTO

La basilica di Santa Maria Maggiore é nota anche come Santa Maria della Neve (ad nives) per via di una leggenda risalente al 352.

Tra il 4 e il 5 agosto di quell’anno la Madonna apparve contemporaneamente a Papa Liberio e al nobile romano Giovanni Patrizio, chiedendo loro di erigerle un tempio nel luogo in cui la mattina seguente avrebbero trovato neve fresca.

All’inizio credettero si fosse trattato di un’allucinazione. Come dar loro torto? Da queste parti non nevica d’inverno, figuratevi d’estate.

Invece, proprio quella notte ci fu una grande nevicata al centro di Roma, sul colle Cispio all’Esquilino. Per celebrare il prodigio fu costruita in quella zona la basilica più grande e magnifica di quelle dedicate alla Madonna, Santa Maria Maggiore.

Ancora oggi, ogni 5 agosto, nella cappella dedicata alla vergine, una nevicata di petali di fiori bianchi ricorda il miracolo da cui sorse la basilica.

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